La Storia della paura. Intervista con la Professoressa Joanna Bourke

Il libro sarà pubblicato nel 2006 e nelle speranze dell’autrice “collocherà gli stupratori nel loro contesto storico. È importante [sottolineare] come questa sia una storia degli stupratori in Gran Bretagna, America e Australia. L’enfasi sulla storia serve a snaturare gli atti di aggressione sessuale e ci permette di contemplare nuovi modi di comprendere e affrontare la violenza. Benché le storie narrate dagli stupratori, maschi e femmine, siano dolorose da leggere, se non disgustose e spaventose, rimane importante ascoltare ciò che hanno da dire, studiarne la storia, se vogliamo un mondo libero dalla violenza sessuale.”

Allarmismo, i media e l’uso della paura

Nonostante la Bourke non dedichi un capitolo alla disamina del ruolo dei media nella creazione della paura e dell’ansia, esso rimane centrale a buona parte del suo libro. “Una parte del mio libro, – concorda la Bourke, – effettivamente analizza il ruolo dei media nel suscitare le paure, anche se spesso non sottolineo che l’elemento causale sono ‘i media’ (ad esempio, nella parte dedicata al panico dell’AIDS gli esempi di escalation irresponsabile di panico sono tratti dai giornali). Dobbiamo però ricordare che i media non sono sempre stati i responsabili dello scatenarsi dell’allarmismo. Tutto cominciò dopo il 1885 con l’inchiesta di Stead intitolata Maiden Tribute of Modern Babylon [N.d.T.: Il tributo della fanciulla alla moderna Babilonia, serie di quattro articoli pubblicati sul giornale scandalistico Pall Mall Gazzette sulla co
rruzione dei costumi e la prostituzione minorile] che è il primo esempio di panico creato da un articolo di giornale a proposito di un caso di abuso sessuale su un minore.

Oggigiorno l’allarmismo sensazionalistico è la norma ma il pubblico non è più il semplice ricettacolo passivo di queste storie spaventose: alcune vengono credute, altre no. Ciò che è interessante è vedere quale storia ‘fa leva sull’interruttore’ della paura. Il panico morale suscitato dalla violenza sessuale sui minori è un esempio. Ci furono casi di panico di questo genere nel 1880, nel 1947-54 e negli anni ’80. Ciononostante i giornali hanno pubblicato storie, tese a suscitare allarmismo, su bambini abusati anche al di fuori di questi periodi, ma la paura non ne ha pervaso le società e il panico non si è diffuso. In altre parole, non è tanto la notizia sensazionale ad essere interessante quanto piuttosto quando e perché essa è efficace in un determinato periodo storico e non in un altro.”Uno dei più famosi esempi di panico collettivo scatenato dai media in tempi recenti fu la trasmissione radiofonica La Guerra dei Mondi, una parodia ideata da Orson Welles nel 1938. È interessante notare però che un panico simile era già stato creato da un’altra trasmissione radiofonica di un certo Padre Konx, trasmessa dalla BBC nel 1926. Molti elementi erano simili, il falso utilizzo di un notiziario affidabile e il panico crescente nella voce dello speaker. Anche gli effetti furono simili e diffusero la paura in tutta la Gran Bretagna. Sembra però strano che il ricordo di questa trasmissione sia sparito così in fretta dalla memoria popolare, a differenza de La Guerra dei Mondi. “Credo che il panico scatenato da Welles abbia messo in ombra quello di Knox, – concorda la Bourke. – D’altronde quest’ultimo ha coinvolto milioni di americani, molta più gente che nel 1926. Ma c’è anche un’altra ragione: nel 1926 ci fu un senso di vergogna quasi palpabile. Tutti volevano dimenticare il più in fretta possibile. Al contrario, negli Stati Uniti, nonostante la vergogna, alcuni gruppi all’interno della società sfruttarono il panico per rafforzare il proprio status (di superiorità). Vennero interpellati i sociologi, che elaborarono complicate teorie di psicologia di massa. Nel 1938 vi fu una ‘professionalizzazione’ del panico completamente assente nel 1926.”

La seconda guerra fredda

“[I terroristi] sono più audaci, hanno a disposizione le più terribili armi create dalla scienza moderna e il mondo è oggi minacciato da nuove forze che, se scatenate, potrebbero un giorno portare alla distruzione universale” (Fear: A Cultural History, pag.364)

Non è una citazione da Donald Rumsfeld che ci illumina sulla natura della nuova ‘guerra globale al terrorismo’ ma l’osservazione di un poliziotto inglese nel 1889, in risposta alle ‘organizzazioni criminali’ coinvolte in un tentato omicidio di tipo politico. Il terrorismo sarà anche il protagonista della nuova guerra fredda, come la Bourke sostiene nel suo libro, ma non è certo una novità. La paura del terrorismo si è diffusa a partire dagli anni ’70. Tra il 1977 e il 1978, come spiega Bourke nel suo libro, l’85-90% degli americani e dei britannici considerava il terrorismo un serio problema.

Tra gli storici citati dalla Bourke vi sono Eric Hobswam (anch’egli del Birkbeck College) e lo scomparso E. P. Thompson, storici di fama internazionale che, secondo l’autrice, “fondono il rigore intellettuale con l’impegno politico e la verve”. In Fear: A Cultural History si notano l’impegno politico e la verve e il libro non manca di affrontare le paure moderne. L’autrice fa notare che, “nonostante il fatto che in America tra il 1980 e il 1985 solo diciassette persone furono uccise da terroristi, il New York Times pubblicò una media di quattro articoli sul terrorismo per numero. Tra il 1989 e il 1992 solo trentaquattro americani furono uccisi dai terroristi in tutto il mondo, ma nelle librerie americane più di 1300 libri furono catalogati alla voce ‘terroristi’ o ‘terrorismo’ “.

Una delle conseguenze, rassicurante in modo quasi paradossale, dell’11 settembre è stata quella di dare un volto alla paura. Citando le parole della Bourke: “In seguito all’attacco dell’11 settembre si poté finalmente e con un certo sollievo definire il nemico come ‘estraneo’. Non era più la CIA (come nella cospirazione contro Kennedy nel 1963) né un americano impazzito (come nel caso della bomba al Murrah Federal Building a Oklahoma City nel 1995) ma fondamentalisti islamici e stranieri. Nonostante una certa inquietudine suscitata dalla facilità con cui i terroristi erano stati capaci di assimilarsi nella classe media americana, il sollievo per il fatto che rimanevano comunque degli stranieri è stato grande. Il nemico poteva ora essere identificato: era il ‘musulmano’.”

Nonostante gli attacchi dell’11 settembre siano stati molto reali e devastanti, la Bourke ritiene che la nostra cultura, l’occidente industrializzato, abbia veramente bisogno di un nemico? “Una delle risposte più interessanti alla paura è la ricerca di un capro espiatorio,” risponde. “Nel mio libro, distinguo tra due tipi di paura: la paura vera e propria e l’ansia. Nel primo caso l’identità del nemico è nota e l’individuo può reagire combattendo o fuggendo; nel secondo caso, l’ansia è fluttuante e l’identità del nemico difficile da definire. Questa distinzione è importante in quanto, quando hanno paura, le persone tendono a fare gruppo e fondano organizzazioni per combattere il nemico o creano delle comunità per proteggersi. Al contrario, quando provano ansia, tendono a ritirarsi nei loro spazi personali e si sentono incapaci di comunicare o di unirsi agli altri: si chiudono in casa e guardano film violenti o drammatici che non fanno altro che aumentare la loro paura del mondo esterno.”

“Queste reazioni, – prosegue la Bourke, – hanno una netta caratterizzazione politica. In altre parole, ciò che viene percepita come ‘paura’ da un individuo o da un gruppo potrebbe essere percepita come ‘ansia’ da un altro. La distinzione tra questi due stati viene definita in base allo stimolo, ma ciò che è una minaccia ‘immediata e oggettiva’ per un gruppo può essere semplicemente una minaccia ‘anticipata e soggettiva’ per un altro. Poiché la ricerca di un capro espiatorio è una reazione comune alla minaccia, si può quindi affermare che la sola differenza tra ‘ansia’ e ‘paura’ sta nella capacità dell’individuo o del gruppo di ritenersi in grado di valutare il rischio o di identificare un (potenziale) nemico. In altre parole, la differenza risiede nella capacità di esternalizzare la minaccia, creando così un senso di invulnerabilità personale. Ma la differenza tra paura e ansia è alquanto biunivoca. L’ansia si trasforma facilmente in paura e vice versa. L’incertezza che caratterizza l’ansia può essere mitigata dando un nome al nemico (che sia plausibile o meno) convertendo così l’ansia in paura. Il capro espiatorio, ad esempio, permette a un gruppo di trasformare l’ansia in paura influenzando così l’atteggiamento nei confronti di un gruppo outsider.”

Le implicazioni della distinzione tra paura e ansia non sono da sottovalutare. “Se l’ansia può essere trasformata in paura, – spiega la Bourke, – fornendoci così un nemico da affrontare, allora la paura può, allo stesso modo, essere trasformata in ansia. Esistono diversi motivi storici per cui ce
rti gruppi vogliono trasformare la paura in ansia. Da ciò dipende il potere di certe istituzioni e delle loro istanze. Non si tratta di una coincidenza se il termine ‘ansia’ è diventato sempre più popolare nel corso del 20° secolo; in parte ciò è dovuto alla scomparsa delle minacce esterne all’esistenza degli individui sperimentate da inglesi e americani in questo periodo, in parte alla trasformazione della paura in ansia operata dalla rivoluzione nel campo della psicoterapia. Mentre, nel passato, l’individuo spaventato si rivolgeva alla propria comunità o alle istituzioni religiose in cerca di consiglio e conforto – processo che spesso implicava l’esistenza di un ‘altro’ malvagio – con l’avanzare del secolo la paura assunse sempre più una connotazione individuale, proprietà dello piscoterapeuta o dei gruppi di auto-aiuto. L’idea moderna dell’unicità del sé che risiede ‘all’interno’ del corpo ed è accessibile alla psicoterapia mette in primo piano il linguaggio dell’ansia. Di conseguenza, l’ansia era molto più acuta in America alla fine del 20° secolo, in parte a causa della grande risonanza culturale che la psicoterapia aveva nel paese e in parte perché in Gran Bretagna una struttura sociale più rigida stemperava certe forme di ansia.”

Ngli ultimi quattro anni si è assistito ad una crescente paura da parte del governo americano e di quello britannico. La professoressa Bourke è d’accordo con la controversa idea che entrambi i paesi hanno una cultura politica che promuove e sostiene la paura, come nessun’altra nazione ? C’è un legame tra il potere e la cultura politica della paura? “Non sono sicura che le politiche di Gran Bretagna e Stati Uniti promuovano la paura più di quanto non facciano altre nazioni – si pensi alla Germania nazista o alla Corea del Nord oggi. Ma non c’è dubbio che la politica della paura è diventata una caratteristica predominante dei nostri governi in tempi recenti. I governi devono però essere prudenti nell’usare questa politica in tale modo: a meno che non siano disposti ad usare la forza contro la loro stessa gente (e non lo sono), la politica della paura è più efficace a medio o breve termine che non a lungo termine. In una società democratica è inconcepibile che un individuo debba vivere sotto la costante oppressione della paura.”

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