La Storia della paura. Intervista con la Professoressa Joanna Bourke

Mentre lavorava a Le seduzioni della guerra, Bourke ha trovato un’enorme quantità di lettere e diari di uomini e di donne che combatterono la prima guerra mondiale. Ma in che misura si può individuare una buona fonte di materiale quando si affronta un’emozione complessa, che molte persone si rifiutano di ammettere di provare? Come si possono trovare resoconti onesti quando, per esempio, ad intere generazioni di uomini britannici è stato inculcato di dover mantenere un certo distacco nei confronti delle emozioni? “L’idea che gli inglesi non mettano in mostra le proprie emozioni è una sciocchezza, – spiega la Bourke. – Anche loro provano delle emozioni ma le esprimono in modo diverso. Il problema è che le fonti erano troppe, non troppo poche. Le emozioni sono onnipresenti e la paura è citata dappertutto: nelle lettere, nei diari, nei rapporti ufficiali, nei giornali, nelle rappresentazioni teatrali, nei romanzi, nei film, nei verbali del Parlamento, nelle memorie, addirittura nelle statistiche (come nell’archivio dell’Osservatorio di massa del Sussex). La mole di materiale mi ha spinto ad isolare alcune grandi paure tipiche di un determinato periodo storico piuttosto che studiare ogni singola paura (un compito impossibile). Naturalmente alcune paure sono rimaste escluse – la paura dei dentista, ad esempio – ma alla fin fine il lettore è in grado di rintracciare quei cambiamenti che, nel corso del tempo, hanno contribuito alla genesi delle nostre paure.”

Definire la paura

Analizzare la storia culturale di un’emozione come la paura è un compito molto più complesso che analizzare un singolo evento storico. Tanto per cominciare siamo sicuri che ciò che viene etichettato come ‘paura’ da un individuo in un determinato periodo storico equivalga a ciò che viene etichettato come paura da un suo predecessore? Qual è la differenza tra paura e rabbia, che spesso condividono le medesime caratteristiche (si pensi alle mani tremanti di chi ha paura o di chi è in preda alla collera). Questi sono tutti interrogativi di cui la Bourke è consapevole e che affronta in maniera diretta: “E’ interessante paragonare ciò che le persone temono in periodi storici diversi, che è esattamente quello che fa il mio libro. A mio avviso è sbagliato definire in modo categorico la paura sin dall’inizio. Naturalmente gli psicol
ogi dell’evoluzione lo fanno nel tentativo di classificare la paura come un fenomeno biologico, essenziale e sottendente. Non ho mai condiviso questo punto di vista e ho pubblicato un articolo in risposta alla dictomia essenzialista/costruttivista” [vedere la rivista History Workshop, 2003].

“E’ difficile – continua la Bourke – distinguere tra la paura e le altre emozioni. In cosa si distingue la paura dal terrore, dalla costernazione o dalla sorpresa? Rabbia, disgusto, odio e orrore contengono tutti caratteristiche della paura. La gelosia potrebbe essere intesa come la paura di perdere il proprio partner, la colpa come la paura della punizione divina, la vergogna come la paura di essere umiliati. Sarebbe impossibile tracciare una storia della paura se tutte le emozioni negative venissero classificate come veri e propri stati di paura. Allora ho pensato che era più semplice affermare che tutte le volte che nel passato si usava una parola ‘paura’ (ad esempio spaventato, timoroso, ansioso, terrorizzato e così via) si stava parlando di paura. Le due questioni fondamentali erano: “Come veniva usata la parola ‘paura’ nei diversi contesti culturali?” e “Quali erano le norme sociali che intervenivano nell’espressione della paura?”.”

Le paure degli uomini

La paura è un’emozione umana ma, come ci si aspetterebbe considerando la nostra storia, la sua definizione, e la sua conseguente accettazione da parte della società, è sempre stata influenzata dal sesso di chi la provava. “Gli stereotipi sessuali della paura (e di tutte le emozioni), – sottolinea la Bourke, – esistono tuttora. Una delle cose che ho scoperto mentre scrivevo il mio libro è che uomini e donne rispondevano in modo diverso alla domanda: ‘Di cosa hai paura?’ o ‘Cosa ti spaventa?’. Gli uomini tendevano a dare risposte sul genere ‘Ho paura di’ (ad esempio ho paura di volare, dei ragni, della morte). Al contrario, le donne davano risposte più sul genere ‘Ho paura per’ (ho paura per i miei figli, per mio marito, per i poveri dell’Africa).”

Per tradizione uomini e donne affrontano da sempre la paura in modo diverso e questo è un fenomeno illuminante. Mentre studiava gli effetti della paura sul corpo umano, la professoressa Bourke si è imbattuta in Psychiatric Casualties in a Women’s Service [N.d.T.: Vittime di tipo psichiatrico in un reparto femminile], un affascinante studio risalente alla seconda guerra mondiale che va contro lo stereotipo tradizionale secondo cui gli uomini affronterebbero meglio la paura: “Le donne che combatterono in aviazione durante la seconda guerra mondiale avevano meno probabilità di soffrire da un disturbo da conversione isterica proprio perché esprimevano più apertamente le loro emozioni. Appunto perché mostravano le loro emozioni e ne parlavano avevano meno bisogno di ‘mascherare’ la paura tramite il sintomo fisico. Citando le parole dell’autore dello studio del 1945: “l’emotività femminile, riconosciuta e accettata, permette una più diretta espressione delle difficoltà emotive e di adattamento, il che rende la sintomatologia fisica superflua. Gli uomini, al contrario, devono obbedire a regole sociali ed emotive molto più rigide. Hanno quindi un maggior bisogno di preservare la propria autostima tramite complessi travestimenti e meccanismi di difesa.”

Una paura che interessa particolarmente le donne sarà il tema del prossimo libro della Bourke, una storia dello stupro. “Un capitolo del libro sulla paura riguarda la paura del crimine e, in particolar modo, la paura che le donne hanno dello stupro. Sono rimasta impressionata dalla forza di molte vittime di stupro e dalla creatività da esse dimostrata, che ha fatto sì che l’aggressore non abbia avuto la meglio su di loro. Sono rimasta anche colpita dalla relativa assenza di serie ricerche scientifiche sullo stupro e sugli stupratori. Sappiamo ancora molto poco su questi ‘Altri pericolosi’. L’ignoranza nasce dalla paura. L’intera questione dell’aggressione sessuale è caratterizzata dalla profonda paura di discutere apertamente quel complesso fenomeno che è la sessualità, nostra e altrui. Scusare gli stupratori per i loro atti orribili e traumatizzanti non è ‘politicamente corretto’, ma un vero e proprio orrore.”

“Il risultato, però, – prosegue – è che serie discussioni sull’argomento sono tendenzialmente pubblicate su riviste altamente specializzate, e frequentemente in relazione alle conseguenze penali e al trattamento psichiatrico. Il grande pubblico, di solito intelligente, può seguire il dibattito in tre ambiti principali. Il primo è quello dei titoli sensazionali delle testate giornalistiche. La seconda fonte di informazioni sul fenomeno dello stupro è costituita dalla scienza popolare. Recentemente essa è stata dominata dalla tristemente famosa tesi di psicologi dell’evoluzione quali R. Thornhill e C. T. Palmer. Secondo quanto sostenuto nel loro libro A Natural History of Rape: Biological Bases of Sexual Coercion [N.d.T.: Una storia naturale dello stupro: basi biologiche della coercizione sessuale], lo stupro sarebbe un meccanismo ereditario teso ad aumentare il successo in termini di riproduzione dei nostri antenati. È un argomento che rischia di sollevare gli stupratori dalla responsabilità delle loro azioni e allo stesso tempo di minimizzare l’atto stesso dello stupro. La terza e ultima fonte è costituita dalla polemica femminista degli anni ’70 e ’80. Anche se l’approccio femminista è uno dei più vibranti e sofisticati esistenti sull’argomento e pervade tutto il mio lavoro, l’analisi di una della più grandi paure provate dalla donne, lo stupro, rimane dominata da accuse vaghe e infondate contro i ‘maschi’, siano essi stupratori reali, stupratori di fantasia, fruitori della cultura dello stupro. Anche autori che prendono le distanze dell’idea essenzialista e ostile nei confronti del ‘maschio’ secondo la quale il corpo maschile è geneticamente predisposto allo stupro, ritengono necessario dedicare uno spazio significativo alle tesi di Sheila Brownmiller o Andrea Dworkin.”

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