Limpido come uno specchio. Intervista a John Banville

Il Mare, il nuovo romanzo di John Banville, ci presenta Max Morden, da poco vedovo, ritornato nel luogo di villeggiatura estivo della sua infanzia.Meditando su frammenti della sua vita di coppia con Anna, Max ricorda anche il legame particolare che aveva instaurato anni prima con la splendida famiglia Grace, il cui status sociale, senza dubbio superiore, è simboleggiato per il giovane Max da una cartina turistica della Francia abbandonata come per caso sotto il vetro posteriore della macchina di gran classe di Carlo Grace. Dapprima la consapevolezza nascente dell’altro sesso è stimolata dalla moglie di Carlo, Connie, ma infine è grazie all’esperienza con le figlie, la precoce Chloe, la muta Myles e Rose – la ragazza alla pari – che Max perde la sua innocenza.

John Banville discute con Shane Barry degli aspetti di Il Mare, così come delle verità eterne per lo scrittore: la morte, la commedia e la recensione.

TMO: In Il Mare, Max Morden sembra in principio un prototipico narratore banvilliano: erudito, solitario, con un segreto da custodire. Ma tuttavia Morden, con la sua disponibilità a condividere la vulnerabilità della sua infanzia e il dolore della sua vita sprecata, si rivela più simpatique di un Freddie Montgomery o di Axel Vandel. I cuori dei suoi personaggi si stanno sbrinando o sono forse ingiusto nei confronti dei suoi precedenti protagonisti?

Banville Sembra che i lettori trovino Max più cordiale e caloroso rispetto ai miei precedenti narratori. Ma credo sia strano perché pensavo che Axel Vander, Vistor Maskell (il cui nome, tra l’altro, non riuscivo a ricordare, e l’ho dovuto cercare proprio ora ne L’Intoccabile – il che la dice lunga a proposito dell’attaccamento di uno scrittore ai propri personaggi) e Freddie Montgomery si trascinavano, seppur miserevolmente, con pathos,–. Forse io non son riuscito a rendere più evidente la tristezza e l’autodifesa di questi personaggi. Con imbarazzo, considero i miei romanzi eccessivamente commoventi e un po’ troppo forti. Ma chi sono io per poter giudicare? I libri sono di dominio pubblico, e non posso più rivendicare, né ho voglia di farlo, il diritto di proprietà su di essi.

TMO: il Mare è un romanzo ossessionato dalla morte. Ciò che mi è saltato in mente leggendo il libro (e Il Mare è un libro creato per suscitare rêverie) è che il romanzo stesso è un genere letterario ossessionato dal tema della morte. Altre forme d’arte non astratte, quali pittura o poesia potrebbero a volte trattare l’argomento della morte, ma non lo affrontano nella stessa misura. Cos’è che induce gli scrittori a parlare di un dato argomento? Oppure, secondo lei, è per di più la forma del romanzo che ne reclama la trattazione?

Banville È un punto di vista interessante che non avevo mai preso in considerazione. Penso che la sua intuizione sia giusta – il romanzo per la sua forma è ossessionato dalla morte. Mi chiedo perché. Se pensiamo a Beckett, naturalmente, si comprende che la voce narrante nel romanzo, anche se in terza persona – o in ultima persona, come piaceva dire a Beckett – prende parte ad un costante blaterare contro l’oscurità che avanza. Ci sono grandi eccezioni nelle altre forme d’arte – Mahler, per esempio, o Munch, ma in realtà il dio che regna nel romanzo è Thanatos.

TMO: Nel romanzo Il Mare è divertente il dark humour, che in parte deriva dalla stanchezza di circostanza del narratore o dall’insofferenza verso il suo compito di descrivere il mondo che lo circonda. Per esempio, durante la visita al consulente dall’inquietante nome diMr. Todd [N.d.T.: Tod in tedesco significa morte], Max osserva il mondo al di là del vetro e vede “.. una quercia, o forse era un faggio, non sono mai sicuro di quegli alberi a foglie caduche, sicuramente non è un olmo dal momento che sono tutti morti…”

Ciò che voglio dire con tali digressioni è che il narratore tradizionale onnisciente, la nostra guida nel romanzo del 19° secolo, adesso sembra assurdo. Ciò che è vagamente appropriato è la voce in prima persona, una voce che è costretta a filtrare il mondo perché c’è semplicemente troppo sapere dietro di esso. Lei è d’accordo?

Banville Bene, ciò che si nasconde dietro queste digressioni è il voler provocare una risata, o almeno un sorriso malinconico. Lei ha sostenuto che il romanzo è ossessionato dalla morte; io direi che è una forma comica, in fondo come la vita stessa, la quale sembra un viaggio comico con irruzioni occasionali del tragico. Capisco cosa intende riguardo al narratore onnisciente del 19° secolo, ma sento sempre più che ci siamo ingannati con i nostri atteggiamenti condiscendenti verso i grandi Vittoriani. Si pensi al Grand Narrator onnisciente di Thackeray, o Tolstoy e la sua insofferenza verso la narrativa pura e semplice. Post-modernisti ante litteram.

TMO: Per quanto riguarda lo stile, che ogni critico sembra obbligato a menzionare quando si parla delle sue opere, vorrei proporle una citazione abbastanza celebre di Cyril Connolly, un personaggio che lei ha preso in considerazione in diverse recensioni. È tratta da I nemici dei giovani talenti, nel quale, come lei sa, l’autore procede con una divisione giustamente arbitraria degli scrittori in vernacolari e mandarini:

“Lo stile mandarino […] è amato da coloro che renderebbero la parola scritta il più diversa possibile da quella orale. È lo stile di quegli scrittori che cercano di trasmettere attraverso il linguaggio qualcosa in più rispetto a ciò che pensano o che sentono.”

Qual è il suo punto di vista su questa dichiarazione alla luce del suo stesso lavoro, che secondo molti potrebbe appartenere alla tradizione mandarina?

Banville In primis, mi auguro di non dare l’impressione di voler rendere le parole scritte il più possibile diverse da quelle pronunciate. Infatti il mio stile mi dà l’idea di una forma di retorica interna, un canto ritmico che è molto simile al modo in cui parliamo nella nostra testa. E non cerco neanche di trasmettere attraverso il linguaggio più di quanto le mie voci narranti pensino o sentano. Il mio obiettivo è scrivere in un stile chiaro e diretto, e posso ben dire, sfacciatamente, di aver un certo successo a riguardo. Non c’è una frase nei miei lavori, che a livello sintattico, grammaticale e lessicale, che non possa esser capita da un bambino di otto anni munito di dizionario. Non mi aspetto che un bambino capti le sfumature di significato e la suggestione che le frasi evocano, ma tento di renderle limpide come uno specchio, con tutte le ambiguità che ciò implica. E poi, l’abito dei mandarini mi renderebbe goffo.

TMO: In una recensione a Il Mare, nel giornale Prospect, il suo collega dell’ Irish Times, Fintan O’Toole, sembra sostenere che il suo desiderio di evitare temi su stereotipi irlandesi faccia di lei “uno scrittore irlandese riconoscibile“.

Eppure Il Mare, così come gli altri suoi romanzi che ho letto, sembra profondamente consapevole del losco (evidente) segreto della vita irlandese: la classe sociale. Il giovane Max Morden descrive la sua arrampicata in una società meschina, nel luogo di villeggiatura estivo, come “l’arrampicarsi su una ziggurat”. La classe sociale non è tanto un incubo dal quale Morden vorrebbe sveglia
rsi – è dallo status di piccolo borghese che vorrebbe scappare. C’è qualche fondatezza a questa interpretazione?

Banville Credo di sì. Il Mare ha qualcosa da dire riguardo alle classi sociali ma non in modo socio-critico. Il divario tra il mondo dei Grace ed i genitori di Max è destinato semplicemente ad aumentare l’intensità dell’amore del giovane Max per Connie e poi per Chloe, e non vuol in alcun modo criticare le realtà della vita irlandese. Credo di essere uno scrittore irlandese riconoscibile perché scrivo in hiberno-english, un patois letterario che trovo profondamente ricco nella sua ambiguità poetica.

TMO: Un personaggio in Punto contro punto di Aldous Huxley, che svolge la professione vaga del giornalismo letterario, pensa che “un cattivo libro richiede tanto lavoro per esser scritto quanto un buon libro; deriva direttamente dall’anima dell’autore”. Data la sua esauriente recensione ed il recente trambusto sulla sua affermazione negativa riguardo a Sabato di Ian McEwan, quanto ricorda delle fatiche del romanziere quando esprime la sua opinione?

Banville Ricordo la frase di Huxley – Cyril Connolly fa spesso la stessa osservazione – e sono d’accordo con lui. Come ho sottolineato nella mia recensione a Sabato , non ho provato alcun piacere nel dare il mio giudizio sul libro. Sono più che consapevole del lavoro che si svolge e spesso dell’angoscia che si prova quando si scrive un romanzo, e non è mia intenzione scartare con leggerezza qualsivoglia sforzo, pur se minimo, nel genere – e qualunque cosa sia stata detta in quella recensione non è stata scritta alla leggera. Mi fa male criticare il lavoro di un collega, sebbene non abbia dubbi che McEwan si consideri un mio collega unicamente da un punto di vista tecnico. A volte comunque, bisogna dire forte e chiaro ciò che si pensa. Il romanzo viene preso sempre meno sul serio oggigiorno, e qualcuno deve pur prendersi cura di tale povero vecchio mezzo di comunicazione.

TMO: Per finire, chi stima tra i suoi pari nell’industria della narrativa?

Banville È sempre una domanda antipatica. Risponderò al condizionale. Penso che la morte prematura di W.G. Sebalt sia stata un disastro per la letteratura. Stava facendo qualcosa di assolutamente nuovo, creando una sintesi del romanzo – intesi tutti i giochi di parole – e credo che avrebbe fatto prodigi se non fosse morto. La sua morte è l’evento più significativo per la letteratura contemporanea.