Sin City

Di Phil Murphy

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Sin City

Sin City

Sin City, la serie di fumetti di Frank Miller, non è solamente il soggetto di un nuovo adattamento cinematografico hollywoodiano, per la regia di Robert Rodriguez (El Mariachi, Desperado, Dal tramonto all’alba e Spy Kids), ma anche l’oggetto di dibattiti accademici in varie università. E’, sembrerebbe, un lavoro pionieristico nel campo della graphic novel, e come tale è diventato una lettura indispensabile presso quei corsi di studio che si occupano di esaminare questa modernissima forma di letteratura.

Ci si deve domandare perché. L’unica profondità o complessità mostrata, per lo meno in questa versione cinematografica (che rimane fedele ai testi originali – Miller ha infatti contribuito alla regia), è la rappresentazione visuale dei protagonisti. A parte le peculiari protesi utilizzate (Mickey Rourke è irriconoscibile a causa di un bulboso mento posticcio), i personaggi e la trama sullo schermo fanno di Dennis the menace [N.d.T.: fumetto creato da Hank Ketcham] un’opera di stampo shakespeariano.

Con questo non si vuol intedere che il film non sia spettacolare, tutt’altro. Rodriguez e Miller hanno creato un mondo cupo, tetro, noir veramente affascinante (“Pieno di suoni e rabbia, ma privo di significato”, la frecciatina del suddetto Dennis da dietro le quinte). Girato in un bianco e nero che tende al blu, con gli occasionali sprazzi di rosso (i copiosi spargimenti di sangue offrono svariate occasioni di utilizzo per quest’ultimo effetto), giallo e un bianco innaturalmente intenso.

Il film intreccia diversi episodi di Sin City, principalmente Sin City, Un'abbuffata di morte e Quel bastardo giallo. Ci sono tre protagonisti/eroi, ovvero Hartigan [Bruce Willis], Marv [il suddetto mentuto Mickey Rourke] e Dwight [Clive Owen], tutti emarginati piagnucolosi pronti a morire per difendere varie ‘signore’ (tutte, non c’è bisogno di sottolinearlo, donne che, quasi senza eccezione, possono vantare capigliature bionde e seni perfetti).

Ci sono altri elementi fondamentali dello stile noir, per esempio quel senso di sinistra manipolazione a apera di poteri occulti che si muovono dietro le quinte: politici, preti e poliziotti corrotti. Si tratta però di un genere ibrido, che mescola il fumetto comico d’azione con il noir. La collisione fra i due generi costituisce sia quell che rende il film vagamente guardabile, ma anche la sua condanna. Come evidenziato da John Patterson nella sua recensione, il noir è spesso allusivo, soprattutto a proposito della violenza. Il vero noir porta con sé un alone di mistero, cospirazione e pericolo incombente. L’enfasi nel nuovo genere creato da Miller non è sull’inafferabile senso di mistero, rimpiazzato dall’azione, e da quintali di questa. Dopotutto, graficamente, non è possible sbudellare una presenza indistinta che lavora dietro le quinte. Il risultato? Il dramma è sostituito dall’azione, la suspense da trucchetti per impressionare, il racconto da interminabili scene di violenza.

La pochezza delle idee esposte è ancor meglio dimostrata dal crudo intreccio delle singole storie. Un tempo questa era una tecnica originale e ispirata, e quando utilizzata da veri cantastorie (tipo Tarantino o Jarmusch), è in grado di aggiungere svariati strati narrativi ad un racconto. In Sin City, finisce per sembrare una forzatura, un qualcosa appiccicato per giustificare la messa insieme di deboli trame. I personaggi galleggiano fra una storia e l’altra senza aggiungere alcuna nuova prospettiva se non quella di gridare ‘hey, guardatemi – io provvengo dall’altra storia – non è una furbata?’.
Il livello di violenza nel film sarà inevitabilmente oggetto di interminabili discussioni. Miller, a difesa della violenza sia del fumetto che della adattamento cinematografico, ha commentato: “Se si considera che la maggiorparte delle opere drammatiche dall’Iliade a ritroso sono tutte estremamente violente – perché è così che la gente tende a risolvere le questioni – è abbastanza ridicolo. Io non credo nella teoria dello spettacolo come ispiratore dei comportamenti”. Che qualcuno imiti l’iper-violenza del film è altrettanto improbabile quanto orde di scimmiottatori pedissequi in pigiama di licra che si buttano dal tetto dopo aver visto Superman. Per ribadire ciò che è ovvio: si tratta di volenza da fumetto. Corpi che svolazzano sullo schermo gettati con forza a seguire improbabili traiettorie dagli eroi della storia, i quali contemporaneamente vengono ripetutamente crivelalti di proiettili.

A mio parere, il problema non è la violenza del film, per quanto gratuita. O la discriminazione sessuale, per quanto possa risultare offensiva. A mio parere, lo scandalo sta nel fatto che gli autori del film ti illudono con l’idea che questo sia un genere nuovo, un territorio da esplorare. Il fatto è che, con tutto il suo stile ‘visivo’, la storia è fiacca e priva di ispirazione.

*** Fine della recensione ***


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