Banchi Matti - Carmelo Faraci

Di Gabriele Fichera

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<b><i>Banchi Matti</i></b> -  Carmelo Faraci

Banchi Matti - Carmelo Faraci

State passeggiando con aria distratta fra gli scaffali di una polverosa libreria. Il passo è lento e svagato, lo sguardo assonnato, la palpebra pericolosamente in bilico sul confine che passa fra la veglia e il torpore. D’un tratto una mano dalla stretta poderosa vi afferra: niente paura, è Banchi Matti, il nuovo non-libro del non-scrittore Carmelo Faraci. Ma stralciamo un passo dal ‘mignolo’ della presentazione: “Mi piace sottolinearlo, non sono uno scrittore: quelle che state stringendo non sono le pagine di un libro. Sono le mani che tirano fuori dal cieco tunnel dell’amore”.

Un libro-mano dunque, pensato per di più come gesto d’amorevole soccorso nei confronti dei sempre numerosi malati d’amore, i quali troveranno nel personaggio di Carmelo Faraci, un possibile alter ego, su cui proiettare le più intime sofferenze, le tribolazioni più dolorose. Il protagonista è infatti un giovane liceale perdutamente e inutilmente innamorato della classica ragazza carina ma oca, che ovviamente non lo ricambia. Attorno alla vicenda principale si aggrovigliano poi altre figure e altri racconti, il cui tema centrale è sempre quello dell’amore. Di che tipo però? In Banchi Matti sembra che l’amore sia pensato come rivestito da una patina allegramente mortuaria. Non è un caso infatti che il titolo del prologo reciti “Siamo in guerra”; e poco più avanti si specifichi che l’amore è una guerra in cui “[…] non ci sono né vinti né vincitori. Solo sopravvissuti”. E non stupisce più di tanto a questo punto, che la mitologica figura di Cupido venga degradata al rango di un ben più prosaico “cecchino”.

Amore e morte dunque. E il connubio potrebbe risultare fatale se, a mitigarne la gravosa solennità, non giungesse in soccorso un’ironia straripante, che pervade ogni pagina del libro. Si tratta però di un’ironia bifronte: esilarante e amara al tempo stesso. Di frequente la comicità adoperata è quella delle freddure, delle battute brucianti e al fulmicotone. Altre volte invece l’ironia si vena di una sommessa tristezza: “In diciott’anni di vita ho già avute tante di quelle amarezze che posso vivere di rendita fino alla fine dei miei giorni”. E può addirittura sfociare in tirate pessimistiche di marca schopenhaueriana: “Amare è un imperativo biologico e noi non abbiamo ancora abbastanza conoscenze per flettere la volontà della specie”. Siamo ormai vicini al nocciolo del libro. Stiamo ormai per cogliere il carattere peculiare, la ‘qualità’ principale del personaggio Carmelo Faraci: la passività. Egli appare irreparabilmente murato in una patologica catatonia, che lo isola dal reale. Ma si tratta di una passività per così dire ‘attiva’, cioè nata da una precisa presa di coscienza, che fa da spartiacque fra due diversi Carmelo: “Potevo avere al massimo quindici anni, o forse farei meglio a dire poteva, tanto ero diverso da come mi conoscete adesso”. Come prende corpo questa netta cesura, questa modulazione esistenziale così decisiva? È lui stesso a dircelo: “I sogni sono finiti più tardi, quando mi si è radicato dentro che la realtà è solo fantasia”. E da qui che, fatalmente, matura l’idea del mondo come palcoscenico, in cui si avvicendano attori e comparse (e a fare capolino questa volta è niente meno che il vecchio Shakespeare). A questo punto Carmelo non ci sta, si chiama fuori dalla “diabetica realtà virtuale”, decidendo di accomodarsi in platea per fare da “spettatore”. Si apre così per lui lo spiraglio pirandelliano della fuga dalla Forma. Ne sono chiara testimonianza anche i diversi e accesi dialoghi fra Carmelo e l’Autore: in essi il primo manifesta tutta la sua riluttanza a farsi ingabbiare in schemi precostituiti (la sceneggiatura di un film), mentre il secondo rivela appieno la sua natura di regista-aguzzino, che si compiace per la sofferenza delle sue creature. Questa fuga però è destinata in certo senso a fallire. È infatti la lingua usata da Carmelo (e dai suoi comprimari) a tradire la sua natura intima di personaggio fittizio. Una lingua volutamente ‘televisiva’, che pesca ora nel mondo dei cartoon (“Non dirmi che ho due cuoricini al posto delle pupille!”), ora in quello della pubblicità (“[…] l’amore non è per sempre. Un diamante è per sempre.”).

Banchi Matti però non ha fallito. Ha centrato il suo obiettivo: parlare di un tema abusatissimo in modo non banale, scatenando l’ilarità del lettore, e al tempo stesso suscitando riflessioni di ampia portata.

Non sappiamo quale sarà il futuro di Banchi Matti. Ma questo ce lo diranno i lettori, che magari per l’occasione dovranno improvvisarsi ‘chiromanti’. Il libro-mano, con simpatia, ce lo impone.

Banchi Matti, di Carmelo Faraci - Ed. Libroitaliano - pp. 104 - Euro 11,50

*** Fine della recensione ***


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