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	<title>Three Monkeys Online Italiano</title>
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	<description>La Rivista Gratuita di Attualità &#38; Cultura</description>
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		<title>Perch&#233; tu mi hai sorriso,  di Paola Calvetti</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bebo Grassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nora Cogliati decide di passare l&apos;estate accanto alla madre malata terminale di sclerosi laterale amiotrofica, nella sua casa d&apos;infanzia fuori Milano. La protagonista trascorre in solitudine la maggior parte del suo tempo nella grande casa: ha contatti solo occasionali e sfuggenti col personale di servizio, trascorre parecchio tempo con la madre che tuttavia la malattia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nora Cogliati decide di passare l&apos;estate accanto alla madre malata terminale di sclerosi laterale amiotrofica, nella sua casa d&apos;infanzia fuori Milano. La protagonista trascorre in solitudine la maggior parte del suo tempo nella grande casa: ha contatti solo occasionali e sfuggenti col personale di servizio,  trascorre parecchio tempo con la madre che tuttavia la malattia ha reso inerte e assente. Le fanno compagnia (o la perseguitano?) i ricordi dell&apos;infanzia e dell&apos;adolescenza. Aggirandosi nelle stanze della villa scopre un certificato di nascita che reca il suo stesso cognome, la sua stessa data di nascita ma un nome diverso. Quale mistero tremendo si nasconde dietro quel documento? Quale rete di tremende bugie o verit&agrave; nascoste ha accompagnato la sua vita? </p>
<p>In questa condizione (che si &egrave; autoimposta) di isolamento fisico e psicologico, Nora cerca ansiosamente le risposte a questi angoscianti interrogativi e contemporaneamente mette progressivamente a  fuoco il proprio disagio esistenziale di donna che, giunta nella sua quinta decade di vita, &egrave; insieme figlia, moglie e madre. </p>
<p>Gli altri personaggi del romanzo rimangono costantemente nell&apos;ombra, appaiono psicologicamente lontani dal disagio esistenziale di Nora, sfuggenti, e ambigui: la madre forse nasconde un segreto terribile ma, oramai anziana e resa muta dalla malattia, non pu&ograve; confermarlo o smentirlo; il marito, freddo e cinico avvocato, conduce probabilmente da tempo una doppia vita; la figlia, adolescente scontrosa, sta trascorrendo un periodo di studio all&apos;estero e tiene contatti con la madre sostanzialmente solo tramite sms.  </br>L&apos;atmosfera risulta piuttosto &apos;torbida&apos; e permeata di un pessimismo strisciante: subito nelle prime pagine leggiamo una tra le pi&ugrave; fredde e squallide dichiarazioni di matrimonio e una tra le pi&ugrave; ciniche definizioni di &apos;verit&agrave; legale&apos;.  Tutto il romanzo viene inframezzato con ripetuti flash back sul primo amore della protagonista (ovviamente finito male!), alternato con delle brevi digressioni riguardanti tragiche storie d&apos;amore di artisti famosi (Modigliani, Chopin, Cechov, Shelley) che Nora ha il vezzo di collezionare. </p>
<p>Come negli altri romanzi dell&apos;autrice, la musica rappresenta lo scheletro portante del romanzo,   tuttavia si tratta di musica pi&ugrave; parlata che ascoltata, pi&ugrave; &apos;vissuta&apos; che suonata: i titoli dei capitoli sono titoli di canzoni e il restauro di un vetusto strumento musicale (il fortepiano) a cui Nora si dedica con religiosa dedizione,  accompagna la protagonista nel suo viaggio interiore alla riscoperta di se stessa. </br>Alla resa dei conti ovviamente la realt&agrave; risulta molto diversa da come ci era apparsa: tutto il romanzo &egrave; scritto in prima persona (&egrave; Nora che parla, ed &egrave; lei che descrive la sua versione della realt&agrave;), tranne l&apos;ultimo capitolo (l&apos;unico senza un esplicito titolo musicale), scritto come un&apos;arringa legale, che svela ci&ograve; che &egrave; veramente accaduto  e sottrae i personaggi all&apos;ombra restituendoceli sotto una luce nuova. </p>
<p>Il romanzo &egrave; apprezzabile per l&apos;atmosfera avvolgente che trasporta il lettore all&apos;interno dell&apos;animo di Nora, permettendogli di vivere e soffrire con lei le vicende presenti e passate della sua vita. E&apos; scritto con il consueto stile dell&apos;autrice, ricercato nelle parole ma piano e lineare nella sintassi, particolarmente adatto a mantenere il lettore accanto alla protagonista in questo viaggio dentro se stessa. </p>
<p><i><b>Perch&eacute; tu mi hai sorriso</i>, di Paola Calvetti &ndash; Bompiani &ndash; pp. 224. </b></p>
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		<title>&#8216;Non sono solo un romanziere&#8217; &#8211; Palazzo Yacoubian e Ala-Al-Aswani,</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maura Murizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri & Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Di questi tempi, Palazzo Yacoubian dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, un libro a distribuzione gratuita (o quasi) nelle edicole, un film che raggiunga il grande pubblico (ormai ci siamo, la pellicola &#232; stata girata con un budget stratosferico per i canoni del cinema arabo e presto sar&#224; nelle sale). Insomma tutti, per un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Di questi tempi, <i>Palazzo Yacoubian</i> dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole, un libro a distribuzione gratuita (o quasi) nelle edicole, un film che raggiunga il grande pubblico (ormai ci siamo, la pellicola &egrave; stata girata con un budget stratosferico per i canoni del cinema arabo e presto sar&agrave; nelle sale). Insomma tutti, per un verso o per l&apos;altro, dovrebbero conoscere storie e personaggi di questo romanzo, che abbina a un&apos;altissima valenza letteraria un ancor pi&ugrave; importante valore sociologico, alla maniera dei tanti film e romanzi neorealisti che, negli anni Cinquanta, raccontarono al mondo l&apos;Italia del dopoguerra. </p>
<p><i>Palazzo Yacoubian</i> &egrave; stato pubblicato in Egitto, tra mille difficolt&agrave;, un anno dopo l&apos;11 settembre 2001, e da allora &egrave; il libro pi&ugrave; venduto nel mondo arabo dopo il Corano. Con i toni ora brillanti ora amari della commedia, il suo autore Ala-Al-Aswani (che per anni nello Yacoubian vero del Cairo ha avuto il suo studio dentistico) racconta le microstorie degli abitanti di questo vivacissimo palazzo, che per ospiti, litigi, urla, pettegolezzi ricorda un qualunque condominio del Sud Italia: c&apos;&egrave; la ragazza bella e prosperosa costretta a farsi palpare dal suo datore di lavoro per mantenere il posto di commessa, c&apos;&egrave; il suo fidanzato che sogna un futuro in polizia, negatogli in quanto figlio di misero portiere, e che da giovane mite e pacifico finisce per diventare un kamikaze; c&apos;&egrave; il vecchio trafficone che compra un posto in politica e il giornalista gay protagonista di una tragica storia d&apos;amore&hellip;  </p>
<p>Spirito di osservazione da entomologo e abilit&agrave; nell&apos;intreccio di destini e personaggi hanno assicurato all&apos;autore la definizione (che condividiamo) di &ldquo;Robert Altman in salsa mediorientale&rdquo;, ma avendo conosciuto Aswani in occasione di un incontro pubblico, la sensazione &egrave; che, pi&ugrave; che onori letterari o riconoscimenti di stile, il suo <i>Palazzo Yacoubian</i> voglia attirare un&apos;attenzione <u>politica</u> sul mondo musulmano, che il libro venga letto come un reportage neanche troppo romanzato sulla insostenibile situazione egiziana ed araba in genere. Ecco le dichiarazioni di Aswani a questo proposito, e lo scambio di battute con cui abbiamo cercato di capire meglio un mondo per noi cos&igrave; lontano, ma in definitiva cos&igrave; vicino. </p>
<p>&ldquo;Ho scritto questo libro anche per trattare il tema della religione. In Egitto sono presenti le tre pi&ugrave; grandi religioni monoteiste, l&apos;Islam, il Cristianesimo e l&apos;Ebraismo, ma il problema non &egrave; la religione ma l&apos;interpretazione che si d&agrave; di essa. Come forse sapete, l&apos;Islam &egrave; nato nel deserto ma poi si &egrave; sviluppato e ha prosperato nei grandi luoghi dove esisteva la civilt&agrave;, in Iran, in Iraq e in Medio Oriente. La realt&agrave; dell&apos;Egitto &egrave; fondata su due elementi estremamente negativi: la dittatura e, una sua conseguenza, la povert&agrave; di milioni di persone. Molti egiziani sono stati costretti ad emigrare in Arabia Saudita per cercare lavoro e una fonte di guadagno; l&igrave; sono entrati in contatto con una realt&agrave; molto ricca ma anche permeata di wahabismo, che &egrave; una delle interpretazioni pi&ugrave; intolleranti dell&apos;Islam. Questo ha portato conseguenze negative su tutto l&apos;Egitto.&rdquo; </p>
<p> <b>Ha parlato di dittatura senza virgolette.</b></p>
<p> Il signor Mubarak governa e comanda sull&apos;Egitto da trent&apos;anni con una serie di elezioni fintamente democratiche, e adesso sta cercando di spingere il figlio in una posizione di potere. Non c&apos;&egrave; altro modo per descrivere questo regime se non parlare di dittatura. </p>
<p><b>E allora come mai il suo libro non &egrave; stato censurato?</b></p>
<p>Da 14 anni in Egitto vige una legge che dice pi&ugrave; o meno: &ldquo;Tu puoi dire quello che vuoi, noi facciamo quello che ci pare&rdquo;. Da un lato pu&ograve; essere in qualche modo positivo, ma in realt&agrave; &egrave; solo una dichiarazione di facciata per il regime, una libert&agrave; di parola passiva. In un paese democratico, la libert&agrave; di parola dovrebbe produrre dei risultati politici, ad una denuncia dovrebbe seguire un&apos;inchiesta e, all&apos;inchiesta, le dimissioni di qualcuno. Invece in Egitto non succede mai niente, siamo in una realt&agrave; senza un libero parlamento, perch&eacute; le persone che vi siedono sono state elette attraverso elezioni finte, perch&eacute; c&apos;&egrave; la tortura come scrivo nel libro, ci sono migliaia di persone detenute illegalmente e cos&igrave; via. Il mondo arabo non conosce l&apos;espressione ex-presidente, i presidenti sono tutti defunti, &egrave; l&apos;unico modo in cui si cambia. </p>
<p><b>Dal punto di vista di uno scrittore, la possibilit&agrave; di una parola <u>politicamente</u> inefficace &egrave; una frustrazione o al contrario ne rafforza il ruolo, in quanto pu&ograve; esercitare almeno questo primo grado di libert&agrave;? </b></p>
<p>Nelle intenzioni del regime questa nuova legge non ha sortito l&apos;effetto voluto, perch&eacute; invece di avere degli intellettuali sempre pi&ugrave; frustrati, vediamo la possibilit&agrave; di intervenire e di creare un movimento democratico secolare, laico. E infatti io non sono solo un romanziere, ma sono anche un attivista politico, scrivo saggi e articoli di giornale. </p>
<p><b>Qui la parola &apos;laico&apos; &egrave; diventata quasi una parolaccia, come se fosse una forma ideologica e non una premessa di convivenza per tutti. Da quel che dice sembra che l&igrave; sia altrettanto difficile. </b></p>
<p>&apos;Laico&apos; pu&ograve; essere sinonimo di democratico, civile, senza alcuna accezione religiosa. D&apos;altra parte in Egitto si sono nutriti a vicenda due poli, il regime e il fanatismo, che solo apparentemente sono in contraddizione. Ma non &egrave; affatto cos&igrave;, anzi si autoalimentano: attraverso l&apos;ingiustizia diffusa e la repressione, il regime utilizza il fanatismo dopo averlo creato. </p>
<p>A scuola di medicina uno degli insegnamenti fondamentali &egrave; che il medico deve imparare subito la differenza tra patologia e malattia, e questo discrimine &egrave; molto importante: se si cura la malattia, si pu&ograve; guarire realmente, se si cura la complicanza come se fosse una malattia, il paziente muore. Questa &egrave; una similitudine per dire che nel mio paese &egrave; accaduta la stessa cosa: la malattia &egrave; il regime, la complicanza della malattia &egrave; il fanatismo. Il regime vuole convincerci in tutti i modi che il fanatismo e l&apos;integralismo siano la malattia da curare, mentre invece sono una conseguenza della malattia. Questo elemento traspare anche nel giovane protagonista del mio libro, che inizialmente &egrave; un idealista, ma che poi viene portato alla scelta del terrorismo perch&eacute; imprigionato ingiustamente, torturato ecc. </p>
<p><b>Nei paesi arabi, <i>Palazzo Yacoubian</i> &egrave; stato accolto in maniera diversa a seconda dei diversi gradi di democraticit&agrave; di ogni nazione? </b></p>
<p>Questo libro &egrave; stato un best seller nel mondo arabo per quattro anni, pubblicato in Egitto all&apos;inizio con difficolt&agrave; (quattro editori lo hanno letto, ne hanno parlato benissimo per&ograve; non lo hanno pubblicato) e poi con grande successo (la prima ristampa &egrave; arrivata dopo due mesi). Ho ricevuto molti feedback da parte di lettori che mi hanno contattato, scritto email, e da tutti ho sentito le stesse parole, e cio&egrave;: &ldquo;stai parlando del mio paese, descrivi la situazione del mio paese&rdquo;. Questo conferma la mia opinione, e cio&egrave; che ci sono 22 paesi arabi con 22 tipologie di regime: c&apos;&egrave; la monarchia, ci sono i rivoluzionari, ma non c&apos;&egrave; la democrazia. Credo si ritorni sempre al concetto che la mancanza di democrazia &egrave; la patologia da curare. Adesso la malattia sembra aggravarsi, in quanto dopo l&apos;11 settembre c&apos;&#038;egrav<br />
e; una mancanza di democrazia anche nei paesi occidentali. </p>
<p><b>Lei &egrave; uno scrittore ma fa anche il lavoro quotidiano di dentista, che &egrave; un mestiere che lascia una libert&agrave; di gestione del tempo e anche una libert&agrave; di scrittura notevoli (se facesse il giornalista potrebbero metterla a tacere immediatamente). Come mai fa ancora il dentista, dopo tutti i soldi che ha guadagnato grazie a questo libro?</b></p>
<p>Credo fermamente nello scrittore indipendente, che non deve essere vincolato, per questo ho continuato a mantenere il mio ambulatorio di dentista. Sono riuscito a farlo perch&eacute; &egrave; una libera professione, ma meno impegnativa ad esempio della chirurgia, una specialit&agrave; che richiederebbe una presenza 24 ore su 24 e che non mi permetterebbe di scrivere. Un altro motivo per cui continuo a fare il dentista &egrave; che mantengo forti i contatti con le persone, mi occupo di loro, e questo &egrave; veramente importante per la mia scrittura. </p>
<p><b>Questo libro &egrave; diventato anche un film: ha mai pensato di scrivere per il cinema, non &egrave; anche quello un modo per arrivare pi&ugrave; facilmente al popolo?</b> </p>
<p>La letteratura &egrave; molto importante per me, ma ho seguito il consiglio di mio padre, che &egrave; morto quando avevo 19 anni e mi ha detto che se la letteratura diventa la cosa dominante, devo smettere di scrivere. Mi hanno fatto tantissime offerte di sceneggiatura, soprattutto dopo l&apos;uscita del libro. Offrono anche moltissimi soldi, ma alla fine mi sono reso conto che mi rovinerei la vita. Io ho una vita pacifica, tranquilla, posso scrivere tutti i giorni con calma. Se invece si guadagna in maniera spropositata per un lavoro di tre o quattro mesi, a un certo punto il gioco pu&ograve; diventare davvero pericoloso, pu&ograve; impedirmi di scrivere un altro romanzo. Se guadagni cos&igrave; tanto, come fai a vivere per due, tre anni senza guadagnare mentre scrivi il prossimo libro? Poi immagino i miei personaggi al cinema e non riesco a vederli. Ho molti amici sceneggiatori, non ho niente contro di loro, ma io non mi ci vedo! </p>
<p><b><i>Palazzo Yacoubian</i>, di Ala-Al-Aswani &ndash; Feltrinelli, pp. 215, euro 16</b></p>
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		<title>La Tirannia della Tecnica</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Padraig McGraith</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi & Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla vigilia della 18a edizione dei Campionati del Mondo di calcio, la maggiorparte dei tifosi non riesce ad evitare l&apos;impressione che il gioco, a livello mondiale, sia in piena crisi. Alcuni dei mali del calcio sono stati pi&#249; volte diagnosticati, ma la validit&#224; di tali diagnosi rimane oggetto di discussione. Ad esempio, molti sostengono che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alla vigilia della 18a edizione dei Campionati del Mondo di calcio, la maggiorparte dei tifosi non riesce ad evitare l&apos;impressione che il gioco, a livello mondiale, sia in piena crisi. Alcuni dei mali del calcio sono stati pi&ugrave; volte diagnosticati, ma la validit&agrave; di tali diagnosi rimane oggetto di discussione. Ad esempio, molti sostengono che le cifre astronomiche che ruotano intorno all&apos;industria calcistica hanno trasformato la maggiorparte dei campioni in mercenari. Questo pu&ograve; essere vero o meno, ma il ragionamento presenta un punto debole: l&apos;essere mercenario non ha mai impedito a nessuno di fare un buon lavoro. E&apos; vero che tanti degli esponenti pi&ugrave; significativi del gioco contemporaneo appaiano palesemente motivati dal denaro. Sebbene sia valida in determinati esempi, la versione tradizionale che i soldi stiano rovinando il calcio sembra troppo semplicistica. Molti affermano anche che il gioco moderno sia diventato troppo difensivo, che il calcio abbia bisogno di pi&ugrave; goal. Chi &egrave; di questa idea nonha capito niente: nel calcio, ci&ograve; che conta &egrave; il tentare. E&apos; essenzialmente il gioco del gatto col topo, lo scopo &egrave; quello di vincere 1-0. Un 3-0 significa che non c&apos;era competizione. 1-0 &egrave; la perfezione. Una volta che si elimina il tentativo, non &egrave; pi&ugrave; il calcio come lo intendiamo noi. Molti sport richiedono abilit&agrave; tecniche ed atletiche, ma molto pochi hanno bisogno di questa sorta di capacit&agrave; decisionale dimostrata dai migliori calciatori. E&apos; questo elemento tattico che fa del gioco la perfetta miscela di forma atletica, tecnica e intelligenza. La propensione nel calcio a testare questi tre attributi &egrave; precisamente quello che lo rende il gioco pi&ugrave; bello ed intrigante del mondo. Il trito e ritrito controargomento &egrave; che le tattiche siano diventate eccessivamente sistematizzate, che di conseguenza il gioco a livello professionistico sia divenuto sterile, e che il calcio sia &apos;un gioco semplice reso pi&ugrave; complicato dagli allenatori&apos;. Che miserabile sciocchezza! Tutti i bravi allenatori per istinto tendono alla semplificazione. La prima cosa che il 99% degli allenatori competenti raccomanderebbero ad un ragazzino &egrave; di non complicare le cose. Il probelma &egrave; che la maggioranza dei ragazzini di talento raramente ascoltano. Bisogna ammettere che essi hanno ragione: semplificare pu&ograve; renderti un giocatore migliore una volta che hai raggiunto il tuo livello, ma non ti permette di farti notare dai talent-scout. In realt&agrave; il calcio &egrave; un gioco semplice reso complicato dai giocatori. Possiamo anche non essere d&apos;accordo su quali precisamente siano i problemi pi&ugrave; gravi del gioco a livello mondiale, ma concordiamo comunque che il calcio sia in crisi. Lo scopo di questo articolo &egrave; quello di evidenziare alcuni dei pi&ugrave; recenti sviluppi in questo campo. </p>
<p>La Coppa del Mondo del 2002 ha dipinto un ritratto deprimente dello stato del gioco a livello mondiale. Per molti, la competizione si &egrave; salvata solo per la vittoria finale del Brasile; a dispetto di tutte le squadre tecnicamente deboli, del gioco scadente e della negativit&agrave;, aveva trionfato il &apos;bel gioco&apos;. Questa &egrave; l&apos;analisi di un bambino di otto anni. La verit&agrave; &egrave; che il bel gioco &egrave; stato pesantemente aiutato. Per iniziare, un&apos;altro nuovo pallone, ancora pi&ugrave; leggero. A cominciare da prima dei Mondiali del 1990, ogni nuovo pallone che si &egrave; succeduto ha reso i tiri dalla distanza pi&ugrave; facili e i passaggi corti pi&ugrave; difficili. I passaggi ravvicinati erano una delle caratteristiche che identificavano le squadre pi&ugrave; forti. Adesso ti causano problemi. In realt&agrave;, la FIFA ha legiferato contro questo tipo di passaggi. Questo ha rappresentato un chiaro vantaggio per una squadra atleticamente e tecnicamente preparata ma in qualche modo senza cervello come il Brasile. Il nuovo pallone spesso rende il dribbling un&apos;opzione preferibile alla ricerca di compagno di squadra: tanto meglio per un centrocampo pieno di giocatori indulgenti con se stessi che si rifiutano, o non sono capaci, di cercare uno spiraglio. Per quanto riguarda poi i goal, perch&eacute; affannarsi a cercare di passare la palla quando adesso &egrave; possibile segnare, regolarmente, dai 35 metri? Il nuovo pallone ha anche reso una buona difesa meno rilevante: non &egrave; pi&ugrave; necessario penetrare nell&apos;area di rigore avversaria per fare goal. Improvvisamente, buonsenso e organizzazione difensiva hanno molto meno valore. L&apos;unica cosa che importa ora &egrave; avere un vantaggio territoriale e attaccanti. In questo senso, il &apos;bel gioco&apos; si differenzia ben poco dal suo presunto contrario, il cosiddetto <i>long-ball</i>. Entrambi gli stili consistono essenzialmente nel tentativo di provocare errori al limite dell&apos;area avversaria: dribblare, perdere palla, fare pressione, riconquistare palla, dribblare nuovamente, &#8230; Ad ogni fase di possesso di palla, questa continua riduzione del gioco ad una successione di situazioni di tipo uno-contro-uno indebolisce, mentalemtne e fisicamente, i difensori avversari. Nell&apos;ipotesi di una tua superiorit&agrave; nella marcatura a uomo, queste fasi di possesso di palla dovrebbero spingere l&apos;avversario sempre pi&ugrave; profondamente nella loro area. Fino a che un difensore lascia un varco o dirige un colpo di testa verso la zona sbagliata e &#8230; opl&agrave;!! Goal, quasi senza che ci sia bisogno di passaggi o movimenti di palla. Avete notato la staticit&agrave; del Brasile all&apos;ultimo Mondiale? Gli unici giocatori che tentavano di farsi spazio prima di ricevere la palla erano Roberto Carlos, Cafu e Ronaldo. Per i terzini tale movimento non era di gran aiuto in quanto i centrocampisti quasi mai passavano il pallone abbastanza velocemente: parevano non sapere come lasciar fare alla palla il suo compito. Tanta tecnica, e assolutamente zero finezza. Una grande proporzione dei goal segnati dal Brasile agli ultimi Mondiali si sono realizzati cos&igrave;. Dieci anni fa, la tattica del calcio lungo adottata dalla Norvegia funzionava lungo la medesima logica di base territoriale. Inutile dire che la squadra era considerata il peggio dei peggio. Ma, naturalmente, i brasiliani rappresentano i &apos;buoni&apos;. </p>
<p>Inutile anche dire che non sempre funziona. Non ha funzionato nei sedicesimi di finale nel 2002. Durante l&apos;ora iniziale dell&apos;incontro di secondo turno, il Belgio si &egrave; rivelato migliore in campo rispetto al Brasile. Con passaggi di palla semplici ed efficaci. Ha giocato il vero calcio. Il goal era inevitabile. Quando c&apos;&egrave; stato, allo scadere dei primi sessanta minuti (un colpo di testa da manuale di Marc Wilmots), il guardialinee ha sventolato la bandierina. Ad oggi non &egrave; stata fornita una spiegazione accettabile delle motivazioni. Un errore isolato? Pu&ograve; essere, ma i belgi non parevano pensarla cos&igrave;. Si resero conto in quel momento che al Belgio, tradizionalmente etichettato come una squadra di operai qualificati a giornata, semplicemente non &egrave; permesso battere il Brasile nella fase di eliminazione di una Coppa del Mondo di calcio. I belgi iniziaroino a quel punto a giocare malissimo e il Brasile carbur&ograve; e fin&igrave; per vincere con un 2-0. Molti sapientoni dichiararono che il punteggio finale rifletteva la sua evidente superiorit&agrave;. Cazzate! La complicit&agrave; della maggiorparte dei media in questo spettacolo osceno &egrave; stata scandalosa. Durante le fasi successive del campionato, l&apos;incompentenza tattica del Brasile poteva non funzionare, se non fosse che a Italia e Spagna, due squadre dotate di una tale presenza atletica a centrocampo da poter contrastare il dribbling brasiliano, sono capitati degli arbitri infernali. Cosa sarebbe capitato se i centrocampisti del Brasile avessero provato a correre senza cervello contro lo spagnolo Ruben Baraj<br />
a o l&apos;italiano Luigi Di Biagio? Sarebbero stati mangiati vivi. Sarebbero stati obbligati a passarsi la palla in fase di avanzamento a centrocampo e avrebbero dimostrato la loro mancanza di intelligenza. Ecco come la FIFA &egrave; riuscita a fare della pi&ugrave; lampante debolezza del Brasile la loro forza. Non nego che la squadra brasiliana possedesse un talento immenso. Il punto qui &egrave; che il talento grezzo, di per s&eacute;, non &egrave; molto interessante. Qualsiasi competizione in cui le capacit&agrave; fisiche e tecniche di un team sono talmente superiori a quelle delle altre squadre da non dover neppure pensare durante le partite diventa inevitabilmente noiosa. L&apos;ultima volta, il Brasile era tanto noioso quanto qualunque squadra norvegese io abbia mai visto. </p>
<p>Si pu&ograve; dire lo stesso del Real Madrid in questi ultimi anni. Tra il 2000 e il 2002 ha dominato il mondo del calcio a livello europeo, giocando un tipo di calcio tra i pi&ugrave; puerili della storia moderna di questo sport. Bisogna ammettere che la squadra che vinse la Champions&apos; League nel 1998 era costituita da un gruppo di giocatori completamente diverso. L&apos;unico calciatore nella squadra del 2002 che pu&ograve; essere descritto come un &apos;distributore di palloni&apos; nato era Zinedine Zidane, che normalmente giocava troppo avanzato per esercitare una continua influenza sul tipo di gioco. Il risultato era lo stesso ritmo &apos;partenza/arresto&apos; del Brasile, caratterizzato dalla stessa logica commerciale. Fino a venti anni fa, la maggiorparte delle societ&agrave; di calcio ricorreva al medesimo progetto commerciale di buon senso: per fare soldi (che era dopotutto la loro <i>raison d&apos;&ecirc;tre</i>) si doveva migliorare la qualit&agrave; del prodotto. Cercavano di aumentare i profitti giocando un calcio migliore. I profitti erano determinati dal calcio. Adesso il calcio &egrave; determinato dal profitto: gli allenatori non sono pi&ugrave; responsabili delle politiche di trasferimento. Ne risulta generalmente una squadra di eccellenti giocatori che toccano palla ognuno troppe volte per creare spazio per gli altri. Il progetto commerciale non consiste in una squadra di giocatori complementari gli uni agli altri, non hanno bisogno di essere tali. Con i profitti extra derivanti dai diritti TV e dal <i>merchandising</i>, si pu&ograve; compensare la mancanza di fluidit&agrave; tramite l&apos;acquisto di giocatori sempre migliori. Il problema con questo progetto &egrave; che vincola i club ad una spirale economica per cui devono comperare giocatori sempre pi&ugrave; dotati e costosi, per compensare il tipo di calcio giocato che diventa sempre pi&ugrave; incoerente. I giocatori possono anche lavorare duramente gli uni per gli altri, ma se pi&ugrave; di uno di loro dribla ad ogni fase di possesso di palla, questo normalmente rallenta i passaggi fino a quando si perde terreno invece che guadagnarlo. Economicamente poi, qualsiasi club che inizia questa spirale corre continuamente il rischio di fallire l&apos;anno successivo. Il real Madrid &egrave; fortunato in questo senso: come tesoro culturale nazionale per la Spagna, non pu&ograve; esser lasciato fallire ed &egrave; stato salvato dal governo spagnolo. Il governo spagnolo pu&ograve; spendere i propri soldi come meglio gli pare. Nel campo dei sussidi corporativi, questa storia non &egrave; delle pi&ograve; ingiuste che ho sentito. Quello che mi preme &egrave; che la mancanza di meritocrazia economica si trasformi in calcio volgare e noioso. </p>
<p>Le ragioni della FIFA dietro questa interferenza a 360 gradi in ci&ograve; che un tempo era il mondo del calcio sono ovvie: in termini di tifoseria, il calcio ha subito lo stesso processo cui abbiamo assistito vent&apos;anni fa in campo musicale. Il pubblico &ndash; e gli utenti &ndash; di riferimento sono ora ragazzini in et&agrave; pre-puberale. Reclutali come tifosi, e saranno di tua propriet&agrave; per tutta la vita. Una tifoseria di adulti ben informati pu&ograve; disilludersi con la volgarit&agrave; del bel gioco, ma continuer&agrave; a seguire le partite. Oltretutto, siamo onesti, i bambini di otto anni in pratica hanno un maggior potere d&apos;acquisto. Generalizzando, ai giovani piacciono le bevande alcoliche zuccherose, gruppi di musicisti capelloni con potenti assoli di chitarra e un tipo di calcio tecnicamente di grande effetto. Quando crescono i loro gusti si fanno pi&ugrave; raffinati. Una ragione in pi&ugrave; per spiegare perch&eacute; il modo di promuovere il calcio praticamente ignora la tifoseria adulta. La prima regola della pubblicit&agrave;: il consumatore non pu&ograve; essere intelligente, informato o perspicace. Se il consumatore infrange questa regola, egli deve essere condannato all&apos;oblio sui mezzi di comunicazione. Se la pubblicit&agrave; dice che tu non esisti, beh, tu non esisti. </p>
<p>Un leggendario allenatore del Brasile, Tele Santana, disse in un&apos;occasione che a lui bastava vedere come un giovane giocatore toccava la palla una volta per sapere se il giocatore in questione avesse qualche possibilit&agrave; a livello professionistico. Secondo lui, la seconda volta non era cos&igrave; importante. In altre parole, Santana ripeteva quella che &egrave; una delle grandi massime del calcio: i grandi giocatori sono quelli che riescono a farlo sembrare facile. C&apos;&egrave; chi insiste che il calcio sia una forma d&apos;arte e che bisognerebbe enfatizzare i suoi aspetti estetici. Sono completamente d&apos;accordo, ma se il calcio &egrave; una forma d&apos;arte, ha bisogno di sottoporsi ad una rivoluzione minimalista come &egrave; successo con le arti visive, la letteratura, l&apos;architettura e la musica. In ogni caso, il talento grezzo e la tecnica non sono pi&ugrave; considerati le virt&ugrave; maggiori; tali sono invece il buon senso e il fattore economico. Meno equivale a pi&ugrave;. Il Brasile, quest&apos;anno, probabilmente giocher&agrave; in maniera pi&ugrave; intelligente. Kaka non &egrave; male a distribuire palloni e Ronaldinho si &egrave; trasformato in qualcosa di pi&ugrave; del giocatore sbruffone e senza cervello di quattro anni fa. Non c&apos;&egrave; nulla di intrinseco al football brasiliano che obblighi la nazionale a giocare duro &ndash; la squadra che vinse nel 1994 gioc&ograve; un calcio notevolmente economico. Allo stesso tempo, forse non avrebbero trionfato se ci fossero stati gli Yugoslavi. Dragan Stojkovic, Dejan Savicevic, Vladimir Jugovic&hellip; Sogno ancora la finale che non si &egrave; mai realizzata: il Brasile che costruisce l&apos;azione pazientemente con Dunga come regista, Savicevic l&apos;architetto dei contrattacchi yugoslavi. Un calcio paradisiaco giocato come il gatto con il topo. Il Brasile &egrave; allenato dal medesimo coach che lo ha portato alla vittoria nel &apos;94, Carlos Alberto Parreira, un uomo che ben conosce il calcio, ma questo non garantisce nulla: se continuano a giocare nello stile che ci hanno inflitto quattro anni fa, per il bene del gioco stesso, devono fallire. Questa fissazione puerile e aristocratica con il talento grezzo deve finire. Se continua, quanto manca al momento in cui i bambini di otto anni decideranno di preferire il wrestling professionistico? Se non altro quello non finge di essere nulla pi&ugrave; di onesto intrattenimento di basso mercato. </p>
<p>Una nota finale sugli arbitri scandalosi: quante volte abbiamo visto eccellenti squadre dell&apos;est europeo essere danneggiate da pessimi arbitraggi in tornei internazionali di prestigio? Pi&ugrave; o meno uniformemente, i giocatori rumeni, cechi, serbi, montenegrini e croati sono tecnicamente raffinati. Il loro problema sta nell&apos;essere troppo ben addestrati.Il loro stile di gioco di solito non &egrave; abbastanza brillante per i bambini di otto anni. In pi&ugrave;, queste squadre rappresentano Paesi piccoli con pubblici televisivi numericamente limitati, privi di un consistente potere d&apos;acquisto. Esempi:  Cecoslovacchia &#8211; Italia nel 1990; Yugoslavia &#8211; Olanda nel 1998; Repubblica Ceca &#8211; Olanda agli Europei del 2000; Repubblica Ceca &#8211; Grecia agli Europei del 2004 (il pian<br />
o era, presumibilmente, quello eliminare i Greci ad opera del Portogallo alla finale. Alla fine, la Grecia si &egrave; meritata il trofeo, in quanto unica squadra ad aderire costantemente ai principi fondamentali del gioco). </p>
<p>Quando parliamo di personaggi famosi, mi capita di chiedere ai miei studenti cechi se c&apos;&egrave; qualche celebrit&agrave; che odiano cos&igrave; tanto da voler torturarlo/a a morte. Di solito rispondono Pierluigi Collina. Nel mio caso, aggiungete Sepp Blatter alla lista. </p>
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		<title>Rincorrere il potere &#8211; intervista con lo scrittore Ernesto Aloia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maura Murizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri & Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha da poco pubblicato la sua seconda raccolta di racconti per minimum fax. L&apos;ha intitolata Sacra fame dell&apos;oro, guardando alla Commedia di Dante ma ispirandosi anche ai nostri tempi, ai nostri piccoli eroi avidi di soldi e potere. TMO intervista via email Ernesto Aloia, per chiedergli conto dei suoi personaggi antipatici (a dire il vero, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ha da poco pubblicato la sua seconda raccolta di racconti per minimum fax. L&apos;ha intitolata <i>Sacra fame dell&apos;oro</i>, guardando alla <i>Commedia</i> di Dante ma ispirandosi anche ai nostri tempi, ai nostri piccoli eroi avidi di soldi e potere. TMO intervista via email Ernesto Aloia, per chiedergli conto dei suoi personaggi antipatici (a dire il vero, non pi&ugrave; di uno specchio che rilevi impietosamente le nostre imperfezioni) e pi&ugrave; in generale della fatica, e delle urgenze, legate alla sua scrittura. <b>Tre dei tuoi quattro racconti sono ambientati nel passato, in anni che hai vissuto da bambino (1969, 1973) o in cui addirittura non eri ancora nato (1954). Come mai la scelta di andare cos&igrave; indietro nel tempo?</b></p>
<p>Non &egrave; stata una scelta a priori. Diciamo che un racconto nasce da una scena, un personaggio, un&apos;atmosfera che svolgono un ruolo germinale, e che quando questi elementi mi sono venuti incontro erano gi&agrave; avvolti nella loro dimensione storica. Non mi sono mai chiesto: perch&eacute; non ambientare <i>Missilistica per dilettanti</i> negli anni Cinquanta? Semplicemente non mi ha neppure sfiorato l&apos;idea di fare diversamente. Antonio, Nives e Nicola erano l&igrave;, gi&agrave; nel loro tempo. Tra l&apos;altro viaggiare nel tempo &ndash; sia pure con l&apos;immaginazione narrativa &ndash; &egrave; molto divertente.</p>
<p><b>Una costante dei tuoi personaggi, anche di quelli presenti nella raccolta precedente, &egrave; la loro doppia vita: alcuni hanno la moglie raffinata, bella e ricca, la Triumph rossa e la casa in collina, ma poi si trovano a loro agio solo nelle braccia dell&apos;amante operaia e cellulitica. Altri leggono il <i>manifesto</i> e fanno la spesa nei negozi del commercio equo e solidale, ma poi vivono in una villa hollywoodiana, viaggiano in Volvo e hanno la colf a tempo pieno. Pensi davvero che la coerenza e la coscienza non siano pi&ugrave; di questo mondo? </b></p>
<p>Mi dispiacerebbe molto se qualcuno trovasse piena coerenza nei miei personaggi, perch&eacute; gli esseri umani sono incoerenti per natura. Sono ambigui, pieni di zone d&apos;ombra, e la loro vita psicologica ignora costantemente il principio di non contraddizione. La coerenza non &egrave; mai stata di questo mondo, e mi viene da dire per fortuna. </p>
<p><b>Sempre a questo proposito, ti chiedo: scrivere per te corrisponde a un&apos;urgenza personale o &egrave; invece una sorta di &apos;dovere civile&apos;, un modo per denunciare politica e costumi ormai inaccettabili? </b></p>
<p>Non credo alla letteratura come denuncia e dovere civile. Con questo non voglio dire che non ci siano buone opere letterarie con un contenuto civile, ma che non fosse quella la spinta primaria dell&apos;autore. Scrivere &egrave; un vizio: ti chiede molto, fa male perch&eacute; assorbe energie importanti, ma pu&ograve; essere esaltante. Pu&ograve; anche essere penoso e umiliante, come gli altri vizi, ma uno scrittore che ha appena finito una scena ben riuscita lo riconosci perch&eacute; cammina a un metro da terra, su un invisibile cuscinetto di narcisismo. </p>
<p><b><i>Locuste</i> &egrave; il mio racconto preferito: sembra fantapolitica, &egrave; invece &egrave; terribilmente reale. Il protagonista cura le relazioni esterne di una banca che ha venduto bond argentini ai suoi clienti, e che adesso lucra sulla loro speranza di rivedere qualche soldo gestendo alcuni siti web di assistenza ai risparmiatori (naturalmente fasulli). In questa doppia truffa, gi&agrave; di per s&eacute; squallida, aggiungi un elemento ulteriormente disturbante: il webmaster &egrave; un 25enne part-time laureato in filologia germanica e la sua assistente una stagista laureata in Scienze della Comunicazione&hellip; Purtroppo la situazione che descrivi &egrave; tutt&apos;altro che fantascientifica&hellip; Ti chiedo: da scrittore e da lavoratore (mi sembra che il tuo &apos;vero&apos; lavoro sia l&apos;impiegato) vedi uno spiraglio di luce oltre questo binario unico del Sesso-Soldi-Successo? </b></p>
<p>Il mio lavoro &apos;vero&apos; &egrave; fare lo scrittore. Il problema del protagonista di <i>Locuste</i> &egrave; che ormai stenta a comprendere il mondo, tutto quello che non &egrave; denaro o non &egrave; direttamente accessibile tramite versamento di una congrua somma di denaro gli sfugge, perde consistenza ed &egrave; come se diventasse invisibile ai suoi occhi. Quando il suo amico Alec, un uomo solo reduce da un divorzio penoso, si innamora della giovane Rada, la prima cosa che fa &egrave; metterlo in guardia su questioni di portafoglio. D&apos;altra parte, persino lui avverte confusamente che una possibilit&agrave; di evasione esiste. Arriva la primavera, e questo personaggio sente che c&apos;&egrave; una forza al lavoro che potrebbe cambiare la sua vita. A guardarlo bene, &egrave; un uomo che vive sull&apos;orlo di un cambiamento ma, d&apos;altra parte, tra le cose di cui non si accorge c&apos;&egrave; anche il suo stato di semicecit&agrave;. Dunque le occasioni esistono, per&ograve; gli sfuggono. Quanto agli spiragli di luce&hellip; di per s&eacute; non c&apos;&egrave; niente di male nella Tripla S di Sesso-Soldi-Successo, il problema rimane sempre quello di riuscire a stare al mondo da vivi, cio&egrave; con gli occhi aperti e senza farsi assorbire dall&apos;inessenziale. Se giorno dopo giorno cammini a capo chino da un&apos;abitudine all&apos;altra e non ti accorgi del mondo, hai perso. Non c&apos;entrano necessariamente i soldi. Certo, il modello della Tripla S produce infelicit&agrave;, ma se &egrave; per quello anche il mito della povert&agrave; virtuosa. </p>
<p><b>Che rapporto hai con i tuoi personaggi? Pochissimi di loro sono &apos;puri&apos; e positivi, nel senso eroico del termine, siano essi uomini o donne&hellip;</b></p>
<p>Ritorna il tema della coerenza. I miei personaggi non sono puri e positivi, ma neanche negativi al 100%. Non ce n&apos;&egrave; uno che sia interamente negativo. Beh, forse un &apos;cattivo totale&apos; c&apos;&egrave;, il Danilo Serra di <i>Locuste</i>. I cattivi mi piacciono molto (sulla pagina, s&apos;intende), direi che mi vengono bene. </p>
<p><b>Un romanzo che assomiglia parecchio all&apos;atmosfera dolente, direi quasi sconfitta, dei tuoi racconti, &egrave; <i>Il ritorno a casa di Enrico Metz</i> </i> appena pubblicato da Claudio Piersanti. L&apos;hai letto? Credi che le somiglianze siano l&apos;inevitabile frutto di questo momento storico? </b></p>
<p>Veramente no, non l&apos;ho letto. Ma perch&eacute; le somiglianze dovrebbero essere l&apos;&rdquo;inevitabile frutto di questo momento storico&rdquo;? Se andassimo a vedere in quanta letteratura aleggia un&apos;atmosfera dolente e sconfitta, scopriremmo che questo momento storico non finisce mai. Forse &egrave; la condizione umana. </p>
<p><b>Ci sono degli scrittori con cui fai &apos;squadra&apos;, insieme ai quali discuti di quello che scrivi e soprattutto delle urgenze letterarie e non che ne sono all&apos;origine? </b></p>
<p>No, niente squadra. Conosco degli scrittori, ma raramente parliamo dei nostri libri. Per ovvi motivi gli scrittori preferiscono commentare i libri degli assenti&hellip;</p>
<p><b>&Egrave; pi&ugrave; difficile iniziare un racconto, trovare l&apos;incipit e l&apos;ispirazione giusta, oppure finirlo, individuare il momento giusto per la chiusura? </b></p>
<p>Questo dipende dal racconto. Generalmente l&apos;inizio non &egrave; un problema, perch&eacute; se non mi viene in mente un incipit evocativo e stimolante non mi metto neanche a scrivere un racconto. Poi, magari, lo modifico strada facendo. Comunque, mai fatto un piano a tavolino, uno schema con la trama, roba cos&igrave;. Bisogna che tutto nasca da un&apos;immagine originaria che pu&ograve; anche non trovarsi all&apos;inizio, ma che genera l&apos;intero racconto. In <i>Locuste</i>, per quanto possa sembrare strano, l&apos;immagine del protagonista che corre da solo, volontariamente murato in un isolamento ipnotico che taglia fuori lavoro, famiglia, amici, &egrave; nata prima dell&apos;idea della disinformazione ai danni degli obbligazionisti argentini. La conclusion<br />
e s&igrave;, qualche volta pu&ograve; essere un problema. Certe volte mi capita che un racconto rimanga senza finale per mesi. Ma a quel punto, non &egrave; pi&ugrave; veramente preoccupante: il racconto &egrave; gi&agrave; l&igrave;, pu&ograve; fare resistenza quanto vuole, al massimo riesce a rallentare i tempi. </p>
<p><b>Se dovessi bilanciare la &apos;quota&apos; autobiografica e generazionale e quella di pura invenzione nei personaggi e nelle situazioni che descrivi, che percentuale indicheresti? A cosa &egrave; dovuto il prevalere dell&apos;una o dell&apos;altra componente? </b></p>
<p>&Egrave; impossibile stabilire delle percentuali. Non mi capita mai di utilizzare materiali autobiografici puri e semplici. D&apos;altra parte, tutto deriva dall&apos;autobiografia. Un personaggio pu&ograve; nascere dallo stato d&apos;animo di un giorno o pu&ograve; rappresentare l&apos;estrapolazione di una tendenza che nell&apos;io dell&apos;autore coesiste con altre cento, magari contraddittorie. &Egrave; un po&apos; come per gli attori: se devi impersonare, che so, Adolf Hitler, devi cercare dentro di te quelle spinte alla violenza e alla sopraffazione che di solito tieni ben nascoste (per&ograve; ci sono, ci sono&hellip;), isolarle e portarle alla luce. </p>
<p><b>Libro sul comodino in questi giorni? Libro che tieni sulla scrivania come una Bibbia? </b></p>
<p>In questi giorni sto leggendo <i>Dies Irae</i>, di Giuseppe Genna. Un libro da cui imparare: l&apos;autore ci si &egrave; gettato a corpo morto, senza riserve. Senza timore dell&apos;eccesso, della dismisura. Sul comodino i libri vanno e vengono. Tra quelli che ci tornano pi&ugrave; frequentemente ci sono <i>Underworld</i> di De Lillo (ho un comodino molto spazioso), i romanzi di Cormac McCarthy, <i>Il fal&ograve; delle vanit&agrave;</i> di Tom Wolfe e la <i>Commedia</i> di Dante, da cui ho tratto il titolo <i>Sacra fame dell&apos;oro</i>. </p>
<p> <b>Rispetto alla raccola precedente, ho notato che hai scelto la via del realismo (mentre <i>Peter Szoke</i> aveva situazioni pi&ugrave; surreali e uno stile in alcuni casi iperbolico) e che sei passato da temi privati ad argomenti &apos;pubblici&apos;. A cosa &egrave; dovuto questo cambio di rotta? Ti ha condizionato il dibattito intorno a <i>La qualit&agrave; dell&apos;aria</i>? </b></p>
<p><i>Peter Szoke</i> rappresentava una variet&agrave; di strade possibili, in qualche caso divergenti. <i>Sacra fame dell&apos;oro</i> ne sceglie una e va fino in fondo. Il dibattito sull&apos;antologia <i>La qualit&agrave; dell&apos;aria</i> non mi ha influenzato (c&apos;&egrave; stato un dibattito?), anche perch&eacute; io all&apos;epoca avevo gi&agrave; abbandonato iperboli e situazioni surreali: se vai a rileggere il racconto <i>Pavel</i> in <i>Chi si ricorda di Peter Szoke?</i>, il secondo della raccolta ma l&apos;ultimo in ordine cronologico, vedrai che ha  molto in comune con quelli di SFDO [<i>Sacra fame dell&apos;oro</i>], molto pi&ugrave; degli altri. Quanto al passaggio dagli argomenti &apos;pubblici&apos; a quelli &apos;privati&apos;, non credo che le cose stiano cos&igrave;, non c&apos;&egrave; stato alcun passaggio. Anzi, io sono per abolire la distinzione. In <i>Chi si ricorda di Peter Szoke</i>, <i>Le notti cieche</i> parlava della grande bolla speculativa borsistica del 1999-2000 e dei bombardamenti notturni della seconda guerra mondiale. <i>Pavel</i> parlava di Chernobyl. In <i>Concentrazione</i> c&apos;&egrave; di nuovo la seconda guerra mondiale. Ammiro molto gli scrittori che riescono a creare una corrispondenza simbolica tra le vicende dei loro personaggi e il contesto storico (che tra l&apos;altro cos&igrave; non &egrave; pi&ugrave; semplice contesto). I narratori americani, con tutte le ovvie differenze, sono bravissimi: Philip Roth, De Lillo, Wolfe. Non esiste contraddizione tra storia pubblica del paese e privata dei personaggi, anzi si potenziano a vicenda. </p>
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		<title>Il ritratto di un&apos;Italia che non ci piace &#8211; Sacra fame dell&apos;oro vs. Il ritorno a casa di Enrico Metz</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maura Murizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri & Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Seppure non eravamo testimoni n&#233; partecipi di nessun 25 aprile o 8 settembre, seppure gli ideali per cui combattevano le migliori menti della nostra generazione erano un contratto a tempo indeterminato e la normalit&#224; dei cicli circadiani, seppure avremmo fatto volentieri a meno di ricordare i nomi di quei ministri che ogni sera in televisione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&ldquo;Seppure non eravamo testimoni n&eacute; partecipi di nessun 25 aprile o 8 settembre, seppure gli ideali per cui combattevano le migliori menti della nostra generazione erano un contratto a tempo indeterminato e la normalit&agrave; dei cicli circadiani, seppure avremmo fatto volentieri a meno di ricordare i nomi di quei ministri che ogni sera in televisione sbagliavano la pronuncia dell&apos;inglese, le addizioni a due cifre, le minime cognizioni di geografia e storia recente; ecco, seppure il contesto invitasse al rifiuto assoluto o alla narcolessia, avevamo una responsabilit&agrave;: raccontare questo tempo&rdquo;. Dichiarazioni  che abbiamo ripescato da un&apos;antologia letteraria pubblicata qualche tempo fa da minimum fax: si intitolava <i>La qualit&agrave; dell&apos;aria. Storie di questo tempo</i> e raccoglieva gli umori, le visioni, le reazioni di venti scrittori al nostro tempo devastato e vile. Sono passati due lunghissimi anni da quel manifesto, e l&apos;aria che respiriamo &egrave; ancora satura di polveri sottili e soffocanti; ma se c&apos;&egrave; un elemento nuovo e rassicurante nella situazione, va colto nel fatto che scrittori appartenenti a generazioni, geografie e scuderie editoriali diverse stanno rinunciando a raccontare il proprio ombelico e le storie minimaliste cui sono avvezzi per dare spazio invece a scandali finanziari, avidit&agrave; di potere, aziende in mano a manager spregiudicati e corrotti, mediocrit&agrave; trionfante al potere. Insomma il ritratto di un&apos;Italia che non ci piace per niente ma con cui siamo costretti a convivere, e che i libri di Piersanti ed Aloia ci raccontano impietosamente, anche se con stile e approcci differenti. </p>
<p>Nel caso di Piersanti, classe 1954, autore di splendide storie intime come <i>L&apos;amore degli adulti</i> e <i>Luisa e il silenzio</i>, il potere che si stanca di se stesso e si ritira a vita privata (non senza prima essere insidiato da Guardia di Finanza e magistratura) &egrave; incarnato dalla figura di Enrico Metz, avvocato cinquantenne che dopo aver passato met&agrave; della sua vita a Milano come consulente legale di un ricco industriale, si ritira dal suo ruolo pubblico per far ritorno alla casa paterna in provincia. Il passaggio dal &apos;grande&apos; al &apos;piccolo&apos;, dalla metropoli alla cittadina, dai santuari della finanza allo studio legale ricavato in una stanza dell&apos;abitazione &egrave; tutt&apos;altro che indolore, soprattutto per il carico di rimpianti che porta con s&eacute;. Poich&eacute; Metz &egrave; un eroe da romanzo, il suo esilio non contempla la nostalgia per il potere, i soldi, i benefits aziendali o la visibilit&agrave; mediatica, ma &egrave; invece una sorta di pausa (definitiva) da una forsennata partita a Monopoli, necessaria a fare dolorosi bilanci: soldi e successo sono costati (a lui come a una generazione di manager e politici) non solo paurosi compromessi morali, corruzione e comportamenti spregiudicati, ma anche rinuncia alla propria vita interiore, al proprio ruolo di padre (Metz si accorge di non aver visto crescere i suoi due gemelli ormai adulti, concentrati sulle fidanzate e lontanissimi per lavoro), all&apos;amicizia, e perfino alla vita matrimoniale, ridotta a una convivenza tra estranei. Ripartendo da cose semplici e banali per riconciliarsi con gli anni sprecati (per dirla con gli Afterhours), a cinquant&apos;anni Metz pu&ograve; finalmente concedersi una tregua, andare in giro nella piccola citt&agrave; di provincia senza essere riconosciuto, fermarsi davanti a una vetrina &ldquo;come un soldato che torni dopo una lunga guerra in terre lontane. E come un soldato non voleva pi&ugrave; pensare alle battaglie combattute, alle delusioni, ai successi, alle sconfitte cocenti&hellip; Non era pi&ugrave; un capo, era finalmente libero&rdquo;. </p>
<p>Il romanzo si sviluppa raccontando il progressivo re-inserimento dell&apos;avvocato nella sua citt&agrave; natale, tra amici ritrovati, una segretaria fin troppo materna, una giovane fanciulla in fiore che gli fa perdere il sonno e una casa che gli ricorda in definitiva gli anni pi&ugrave; belli. Piersanti &egrave; bravissimo ad alternare momenti di struggente malinconia (il protagonista invecchia velocemente dentro e fuori, addirittura sollecitando, se possibile, la sua lenta decadenza) ad altri di assoluto cinismo, in cui riaffiora il ruolo pubblico del personaggio e le meschinit&agrave; ad esso collegate: ad esempio quando, in vista delle elezioni, i papaveri locali vorrebbero trascinarlo in politica sfruttando il suo nome ancora pulito da sospetti e pendenze giudiziarie. Poich&eacute; Metz declina l&apos;offerta, la sua ingiuria viene ripagata con l&apos;invio della Finanza in casa, nel segno di una persecuzione umana e fiscale che &egrave; il prezzo da pagare per chi non rispetta pi&ugrave; le regole del gioco&hellip;</p>
<p>Altre ambientazioni, ma stesso sguardo intenso e pietoso sulla nostra realt&agrave;, si ritrovano nei quattro racconti che compongono <i>Sacra fame dell&apos;oro</i> di Ernesto Aloia, collocati in anni diversi della nostra storia recente. <i>La situazione</i> &egrave; ambientato nella Torino del 1973, ai tempi dei maxi-licenziamenti alla FIAT e dei terroristi che sequestravano i dirigenti per portarli nel carcere del popolo. I due racconti centrali parlano invece di ragazzini che subiscono o esercitano violenza (fisica ma soprattutto psicologica) in due Italie diverse: quella del 1954, ancora molto povera e in Lambretta, e quella del 1969, dove invece tanti hanno la seconda casa a Cortina, Antibes o Portofino e tanti altri si affannano ad ostentare una ricchezza che non hanno. L&apos;ultimo racconto, il pi&ugrave; coinvolgente secondo chi scrive, si intitola programmaticamente <i>Locuste</i>, ed &egrave; ambientato ai tempi del crac argentino e degli iPod. Come in <i>Enrico Metz</i>, anche qui c&apos;&egrave; un protagonista in crisi di coscienza che deve espiare qualcosa, e una moglie benpensante che vive in una specie di luna-park a prezzo di qualche scrupolo passeggero. Angela (pura di nome e nello spirito) legge il <i>manifesto</i> e <i>Le monde diplomatique</i>, odia il liberismo, l&apos;America, Israele e le multinazionali e fa la spesa nei negozi del commercio equo e solidale, ma intanto vive in una villa con due palme e una magnolia nel giardino. Hanno &ldquo;dieci stanze, una vasca idromassaggio, due Volvo, un home theater e altri due schermi al plasma. Hanno anche una casa a Cortina, un Manet presunto autentico, tre Mac portatili, due impianti stereo, una tonnellata di vestiti, una colf a tempo pieno, due assicurazioni sulla vita, due piani di risparmio e un bel po&apos; di fondi lussemburghesi&rdquo;. Da dove arrivano tutti questi soldi? Dal lavoro del marito, che &apos;cura&apos; le relazioni esterne di una banca piegandosi a comportamenti illeciti e frodi doppie e triple ai danni dei risparmiatori, al limite del premio Nobel per l&apos;ingegno. </p>
<p>Il piano della banca per speculare sui clienti rimasti in mutande &egrave; diabolicamente plausibile, e Aloia lo descrive con precisione svizzera. Ma ci&ograve; che l&apos;autore sottolinea con altrettanta abilit&agrave; &egrave; la sete di soldi, l&apos;egoismo e l&apos;istinto competitivo universale che governano giovani e anziani, ricchi e poveri, uomini e donne senza alcuna distinzione: da Angela, anima candida di cui sopra, ai risparmiatori che hanno creduto di poter guadagnare il 12% annuo da obbligazioni argentine, dalla stagista della banca (che si dedica con entusiasmo al confezionamento della frode) all&apos;amico medico, che nel giro di 48 ore rinuncia alla sua missione con <i>Medici senza Frontiere</i> per stare con la donna che ha appena conosciuto. </p>
<p>Se c&apos;&egrave; una via d&apos;uscita da questo tunnel malefico e lastricato di buone intenzioni, ancora non l&apos;abbiamo trovata. Forse non rimane che conviverci, e leggere libri come questi per &apos;allenare&apos; (almeno ogni tanto) la nostra coscienza stordita da tv, riviste patinate e pubblicit&agrave;. </p>
<p><b><i>Sacra fame dell&apos;oro</i>, di Ernesto Aloia &#8211; minimum fa<br />
x, pp. 179.</b> </p>
<p><b><i>Il ritorno a casa di Enrico Metz</i>, di Claudio Piersanti &#8211; Feltrinelli, pp. 205.</b> </p>
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		<title>Negrita &#8211; Il Rock come attitudine &#8211; TMO intervista Pau dei Negrita</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Cellauro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Fra un mese esatto inizier&#224; il loro tour estivo che li porter&#224;, come sempre, su e gi&#249; per la penisola. Ma il 2006 per i Negrita &#232; anche l&apos;anno del debutto all&apos;estero di L&apos;uomo sogna di volare; l&apos;ultimo album, che in Italia ha gi&#224; venduto sulle centomila copie, &#232; infatti in procinto di uscire in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fra un mese esatto inizier&agrave; il loro tour estivo che li porter&agrave;, come sempre, su e gi&ugrave; per la penisola. Ma il 2006 per i Negrita &egrave; anche l&apos;anno del debutto all&apos;estero di <i>L&apos;uomo sogna di volare</i>; l&apos;ultimo album, che in Italia ha gi&agrave; venduto sulle centomila copie, &egrave; infatti in procinto di uscire in Spagna, Francia e Sudamerica. Sono sulla scena dal 1992 e la loro carriera vanta record di presenze live, un&apos;apparizione a San Remo, un paio di colonne sonore e altrettante nominations come miglior artista italiano in competizioni estere, due dischi d&apos;oro e uno di platino, e infine un tour in Sudamerica che ha ispirato la maggiorparte del materiale e della musicalit&agrave; de <i>L&apos;uomo sogna di volare</i>. TMO ha avuto il piacere di intervistare, via email, Pau, il cantante e front man dei Negrita.<b>In passato i Negrita si potevano considerare una band con un lato <i>alternative-rock</i> ed un lato pi&ugrave; pop, quasi commerciale (senza accezioni negative): se s&igrave;, come siete riusciti a crearvi questa doppia identit&agrave;? E come l&apos;avete superata? </b></p>
<p>Mah&#8230; i Negrita hanno sempre avuto un background estremamente vario&#8230; Negli ascolti abbiamo sempre spaziato tra la grande musica che smuove le masse e fenomeni musicali pi&ugrave; di nicchia&#8230; &egrave; un fatto fisiologico&#8230; &egrave; la nostra cultura. Non credo sia una doppia identit&agrave;, &egrave; quel che siamo&#8230; e non penso nemmeno sia una cosa da superare&#8230; </p>
<p><b>Quale (se c&apos;&egrave; stata) &egrave; stata l&apos;influenza della &apos;non rock music&apos; sul vostro sviluppo come band e sull&apos;ultimo disco in particolare? </b></p>
<p>Da sempre penso che il rock non si identifichi esclusivamente con chitarre pi&ugrave; o meno distorte o con la potenza di suono &apos;vomitata&apos; dalla casse. Il rock &egrave; anche altro, &egrave; un&apos;attitudine che si insinua nelle pieghe di un&apos;espressione. Per me sono rock i Clash ma anche Bob Marley, sono rock i Mano Negra ma anche Caetano Veloso&#8230; </p>
<p><b>Negrita e Roy Paci con i suoi Aretuska hanno condiviso lo stesso palco in pi&ugrave; di una occasione e con successo: quanto vi siete influenzati a vicenda e che tipo di collaborazione c&apos;&egrave; fra voi? </b></p>
<p>Abbiamo molte zone di contatto, cose che abbiamo scoperto una notte preparando il primo maggio del 2005 davanti ad un tot di birra, parlando di musica. Questo ci ha fatto venire voglia di sperimentare altre cose assieme e di sognare progetti che dovranno ancora arrivare. Ma la &apos;benzina&apos; fondamentale che ha appianato le differenze &egrave; diventata sicuramente l&apos;amicizia. </p>
<p><b>Avete sempre preso ispirazione dalla scena musicale straniera. Un ragazzo che cresce musicalmente in italia &egrave; &apos;obbligato&apos; a prendere spunti dall&apos;estero? E&apos; questa una sorta di mancanza di fiducia nella cultura musicale italiana? Per esempio, come vi ponete nei confronti del Festival di Sanremo e nei confronti di ci&ograve; che questa manifestazione rappresenta per la musica italiana? </b></p>
<p>La nostra cultura musicale soffre, da sempre, di esterofilia. E&apos; una cosa con la quale dobbiamo fare i conti. Il mondo anglosassone, dagli anni &apos;50-&apos;60, ha fatto della musica un&apos;industria forte che ha prodotto ed esportato &apos;colonizzando&apos; una bella fetta di mondo, noi compresi. </br>In Italia la discografia non &egrave; cos&igrave; potente per tanti motivi, di conseguenza si fa poco di quel che si dovrebbe per valorizzare le cose. A puro titolo di esempio non esaustivo: le <i>major</i> sono sempre state quasi tutte a Milano, tranne rare eccezioni romane. Va da s&eacute; che tutto un patrimonio legato al Mediterraneo e al sud in genere vada a perdere potenzialit&agrave; di sviluppo per mancanza di contatto vero, di vicinanza, di complicit&agrave;&#8230; Le <i>Indie</i>, le indipendenti, hanno sempre avuto una potenza di fuoco limitata e spesso hanno perso il treno europeo, cosa che non &egrave; successa alla Francia, alla Spagna e alle nazioni del Nord&#8230; Quante band italiane conosciamo che frequentano abitualmente festival europei? Pochissime! Inoltre lo Stato non tutela di certo, come meriterebbero, le espressioni artistico-musicali dello stivale&#8230; e anche questo &egrave; un fatto! </p>
<p>Sanremo &egrave; un&apos;altra cosa ancora. La Canzone Italiana, in passato, era fatta da straordinari interpreti spalleggiati da altrettanti straordinari autori che adesso, purtroppo, non esistono pi&ugrave;&#8230; Avete presente quante fetecchie appaiono in video durante la settimana del festival? Se Sanremo rappresentasse veramente quello che si suona e canta in Italia ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli&#8230; che non ho!  E il nostro fantomatico pop esportato nel mondo? Senza nulla togliere a qualcuno, lo trovo spesso di una qualit&agrave;&#8230; diciamo&#8230;. bassa, va&apos;&#8230; </br>Potremmo stare qua a parlare per ore della situazione italiana&#8230; ma mi fermo qui.Quindi per tornare alla domanda: un ragazzo italiano non &egrave; certamente &apos;obbligato&apos; a fare riferimento alla musica estera, ma di sicuro &egrave; fortemente &apos;incentivato&apos;! </p>
<p><b>Riguardo la stesura delle canzoni: che cosa rende una canzone bella? E cosa una brutta? Quando componete una canzone, c&apos;&egrave; un momento preciso in cui diventa chiaro che non funzioner&agrave; e sarebbe meglio cestinarla? </b></p>
<p>Si, c&apos;&egrave; un momento in cui il cestino diventa la collocazione ideale per un pezzo. Credo invece che un brano diventi bello quando risponde a necessit&agrave; espressive proprie di ogni singolo artista. Quando in primis stupisce positivamente chi lo ha composto&#8230; &egrave; gi&agrave; una gran cosa. </p>
<p><b>Quanto pesa il contenuto, il messaggio di una canzone? Per esempio <i>Sale</i> ha un messaggio molto forte, ma trasmesso in lingue diverse dall&apos;italiano o ancora <i>L&apos;uomo sogna di volare</i> viene lanciato fuori dall&apos;Italia: &egrave; ovvio supporre che le persone che ascoltano le vostre canzoni non necessariamente parlano tutti questi linguaggi differenti. Quanto rilevanti devono essere allora i testi? </b></p>
<p>Io da anni ascolto musica con testi che stento a capire perch&egrave; non parlo bene inglese&#8230; ma non credo sia un problema insormontabile questo. I Negrita vengono da una cultura dove per fortuna anche il sound ha il suo fantastico ruolo&#8230; poi, chi vuole approfondire in genere si d&agrave; da fare. La musica ha anche questo stupendo potere&#8230; parlare oltre gli idiomi! </p>
<p><b>C&apos;&egrave; un filo conduttore nel disco che lega tutti i pezzi? Se cos&igrave; &egrave;, di cosa si tratta? E&apos; voluto o &egrave; venuto per caso? Oppure il disco tratta di temi imprescindibili tra loro e in un certo senso &apos;inevitabili&apos; nel mondo di oggi? </b></p>
<p>Se esiste un filo conduttore credo sia da ricercare nello spirito con cui tutta l&apos;avventura in Sudamerica e poi in Spagna &egrave; stata vissuta.</br>Le tematiche fanno parte del vissuto&#8230; quotidianit&agrave;, temi internazionali, affetti etc. Scriviamo quello che vediamo. Mi sembra un buon modo per sentirsi autentici. </p>
<p><b>Rotoliamo verso sud: l&apos;ascolto dell&apos;album <i>L&apos;uomo sogna di volare</i> evoca immagini di viaggi sia in senso fisico che mentale. A livello mentale, che tipo di destinazione &egrave; il sud? </b></p>
<p>Domandona da un milione di euro! </br>Il Sud &egrave; l&apos;alternativa&#8230; il Sud &egrave; il panorama da osservare per controbilanciare lo strapotere dei vari Nord. Il Sud &egrave; sopravvivenza, sfruttamento, abbandono, ingiustizia, culla di cultura, passione, arretratezza e calore. Bada bene&#8230; vado oltre il sud italiano. In America il sud &egrave; la pattumiera del nord, avete presente cosa &egrave; successo in Argentina una manciata di anni fa?  Oppure vogliamo parlare di Africa? Il Sud &egrave; una parte fondamentale di questa zolla di terra chiamata Mondo&#8230;  urge un&apos;idea di cerniera&#8230; il Sud merita il suo 50%!</br>Per il bene di tutti! </p>
<p><b>La distanz<br />
a e lo spazio sono concetti ricorrenti nell&apos;album (a noi pare che ci sia molto pi&ugrave; spazio a livello del suono qui che in altre vostre produzioni). C&apos;&egrave; un&apos;immagine bellissima in <i>Destinati a perdersi</i>: &ldquo;Destinati a perdersi in spazi troppo piccoli&rdquo;. Che &egrave; l&apos;opposto della visione tradizionale in cui uno si perde in spazi troppo grandi&#8230; </b></p>
<p>Vero! Ma il &apos;perdersi&apos; non &egrave; solo una questione di spazi purtroppo&#8230; </p>
<p><b><a href="http://www.threemonkeysonline.com/it/article.php?id=128" target="_blank" title="intervista con Jim Crace">Jim Crace, in un&apos;intervista con TMO</a>, ha detto: &ldquo;Considera alcuni di quei libri meravigliosi che sono saltati fuori dalla Russia sovietica, un posto in cui ci si doveva rivolgere necessariamente alla letteratura per la verit&agrave;, perch&eacute; la <i>Pravda</i>, che significa verit&agrave;, non la forniva. Considera la letteratura odierna in Inghilterra. Non credo che le democrazie borghesi e liberali tipo la nostra siano un ambiente molto adatto alla produzione di capolavori della letteratura, perch&eacute; siamo troppo a nostro agio&rdquo;. Voi avete suonato <i>Sale</i>, una canzone molto forte ed esplicita dal punto di vista politico, nel programma di Celentano, in cui uno dei temi dominanti era la censura televisiva. Secondo voi in Italia esiste la censura, e, se s&igrave;, quanto pesa? Nel panorama culturale italiano, stiamo assistendo ad un proliferare di energie e idee, dal punto di vista musicale, artistico e creativo in genere. La censura dell&apos;informazione pu&ograve; essere uno stimolo alla creativit&agrave;? Quando l&apos;informazione &egrave; costretta in confini imposti dall&apos;alto, questo diventa una spinta in pi&ugrave; per cantautori, comici, registi, ecc? </b></p>
<p>Domanda complessa e vastissima&#8230;. bastardi! </br>Si, esiste una censura&#8230; ma sicuramente non di stampo fascista per come normalmente viene intesa. E&apos; una censura pi&ugrave; molliccia, visciduccia&#8230; moderna. Pi&ugrave; determinata dalla paura che non dal rischio effettivo. </br>Non si permette alla base espressiva, agli artisti o ai giornalisti, di manifestare liberamente le proprie idee per non &apos;dispiacere&apos; troppo ai quadri di potere alti, quelli superiori&#8230; la politica, la Chiesa etc. Quando invece qualcosa filtra, scatta un perbenismo classico italiano che sfiora addirittura una ridicola caccia alle streghe. Vedi per l&apos;appunto <i>RockPolitik</i> o quello che sta succedendo in questi giorni per <i>Il Codice da Vinci</i>&#8230; tutti aspetti di una democrazia evidentemente molto, ma molto fragile. Celentano come Che Guevara? &#8230; o Dan Brown come Martin Lutero? Ah Ah Ah!C&apos;&egrave; poi chi, per &apos;comodit&agrave;&apos; o per il quieto vivere, si applica un&apos;autocensura&#8230; volontaria&#8230; cosa altrettanto poco edificante.</br>L&apos;ormai famoso &apos;editto bulgaro&apos; di Berlusconi invece, va considerato a parte: aberrazioni di potere da parte di un personaggio incontrollabile persino a se stesso.</br>La censura dell&apos;informazione pu&ograve; essere stimolo alla creativit&agrave;? S&igrave;, ma solo per chi non ha paura di affrontarla. </p>
<p><b>Un momento cruciale per lo sviluppo come band dei Whipping boy, un gruppo irlandese, &egrave; stato dopo aver inciso la canzone <i>Buffalo</i>. <a href="http://www.threemonkeysonline.com/article_whipping_boy_heartworm_paul_page.htm" target="_blank">A colloquio con TMO</a>, ci hanno raccontato che un amico avrebbe detto loro: &ldquo;ma voi non avete mai visto un bufalo, dovete scrivere di cose che conoscete&rdquo; e per loro si &egrave; aperto un altro mondo: da quel momento hanno iniziato a scrivere di cose reali. Cosa ne pensate? Per voi funziona/funzionerebbe? </b></p>
<p>Mai mettere freni alla fantasia e all&apos;espressivit&agrave;. Pu&ograve; andare bene tutto, tanto in musica decidono il cuore e lo stomaco, non la testa. </p>
<p><b>Il vostro sito web &egrave; molto ben fatto e d&agrave; l&apos;impressione di un gruppo che tiene molto alle nuove tecnologie e alle loro potenzialit&agrave;. Cosa pensate del web, dei ragazzi che scaricano musica da programmi tipo p2p, dei blog e dell&apos;informazione su Internet in generale? </b></p>
<p>Non credo di essere il Negrita pi&ugrave; adatto a risponderti&#8230; me la prendo con le molle la tecnologia&#8230; voglio che la mia vita sia distribuita tra cultura &apos;analogica&apos; e &apos;digitale&apos; e che nessuna delle due prenda il sopravvento. Sono nato troppi giorni fa, di conseguenza fanno parte di me anche cose che non appartengono a questi anni e alle nuove generazioni. Ed &egrave; giusto che sia cos&igrave;. Questo non vuol dire che non segua, che non sia attento&#8230; credo di essere uomo del mio tempo e in quanto tale capisco che le potenzialit&agrave; del presente sono tantissime&#8230; ma so anche che non &egrave; tutto oro quel che luccica. </p>
<p><b><i>L&apos;uomo sogna di volare</i> sta per uscire in Spagna, Francia e Sudamerica. Cosa vi aspettate da questo lancio? </b></p>
<p>Potrei dirti che mi aspetto tante cose, ma non mi illudo&#8230; non dipender&agrave; tutto da noi, le variabili sono tante. Dobbiamo ancora conoscere bene la cultura dei luoghi che andremo ad esplorare, le persone che lavoreranno al progetto fuori dall&apos;Italia e quanto tempo investiranno, &#8230; i canali di distribuzione e promozione che conosciamo solo parzialmente&#8230; etc. etc. I Negrita e il loro staff si stanno gi&agrave; impegnando di brutto, questo &egrave; certo! </br>Alla fine mi aspetto solamente quello che meritiamo&#8230;. niente di pi&ugrave;. </p>
<p><b>In ogni viaggio si raggiunge un bivio e si deve decidere se continuare o tornare a casa. Qual &egrave; il prossimo passo nel vostro viaggio musicale: continuare la sperimentazione, anche con il rischio di allontanarvi troppo da casa, o tornare al vecchio ma sempre valido rock? </b></p>
<p>Di solito mi considero un viaggiatore piuttosto che un turista e quando parto per un viaggio cerco, per quanto mi &egrave; possibile, di non decidere le meccaniche del rientro&#8230; Qualcuno ha detto che &egrave; pi&ugrave; importante il viaggio in s&eacute;, piuttosto che la meta da raggiungere&#8230; la salita con la sua fatica e i suoi particolari da osservare e da capire piuttosto che la vetta&#8230;. e questa cosa mi ha sempre affascinato&#8230; </p>
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		<title>Bloom</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mark Harkin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la maggiorparte delle persone, l&apos;idea di leggere l&apos;Ulisse di James Joyce pu&#242; rappresentare una prospettiva angosciante. Il regista Sean Wlash si &#232; spinto ancora pi&#249; in l&#224; e lo ha addirittura sceneggiato trasformandolo in un film di due ore. Bloom parte dal tomo di Joyce e lo converte in una drammatizzazione di tipo convenzionale, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per la maggiorparte delle persone, l&apos;idea di leggere l&apos;<i>Ulisse</i> di James Joyce pu&ograve; rappresentare una prospettiva angosciante. Il regista Sean Wlash si &egrave; spinto ancora pi&ugrave; in l&agrave; e lo ha addirittura sceneggiato trasformandolo in un film di due ore. <i>Bloom</i> parte dal tomo di Joyce e lo converte in una drammatizzazione di tipo convenzionale, concentrandosi sugli aspetti umani dei percorsi di vita dei personaggi principali, catturati in questo ritratto lungo una giornata. Per i profani e per coloro per i quali non vale la pena disturbarsi per l&apos;esperimento stilistico di Joyce, il film di Wlash &egrave; un distillato dell&apos;essenza di questo enorme romanzo. </p>
<p>Il processo di semplificazione di un&apos;opera cos&igrave; tremendamente dettagliata pu&ograve; apparire un incubo. Walsh illustra come la stesura della sceneggiatura abbia preso il suo tempo: &ldquo;Ho lavorato sulla sceneggiatura per circa sei anni e il film &egrave; il risultato di tale lavoro. Ci&ograve; che feci era leggere e rileggere ogni capitolo, estraendo le parti che mi affascinavano. In termini generali, queste parti erano i momenti pi&ugrave; divertenti e gli elementi umani. Il risultato &egrave; che la sceneggiatura rispecchia l&apos;umanit&agrave; di Joyce e il suo senso dell&apos;umorismo.&rdquo; </p>
<p>L&apos;umanit&agrave; dell&apos;<i>Ulisse</i> &egrave; stata catturata in maniera raffinata da Stephen Rea nel ruolo di Leopold Bloom. Il suo dolore per il figlio (che non super&ograve; l&apos;infanzia) e per il padre (che si suicid&ograve;) &egrave; inciso in ogni cosa che lo riguarda, dalla sua aria sconfitta e depressa alla sua voce stanca ed incerta. Il dolore di Bloom per il figlio si lega in modo impeccabile nel film con l&apos;accettazione della morte della propria madre da parte di Stephen Dedaelus. Commovente &egrave; il tentativo di Bloom di raggiungere Stephen dopo la di lui avventura bevereccia con gli studenti di medicina: Stephen sparisce dietro un angolo e per un momento a Bloom pare di vedere suo figlio Rudy che gioca sotto un lampione, come avrebbe fatto se fosse sopravissuto. Dico a Walsh che ci&ograve; sembra intenzionale da parte sua in veste di regista. Non &egrave; d&apos;accordo: &ldquo;Molto &egrave; stato scritto sul rapporto fra Leopold Bloom e Stephen Dedaelus, su come i loro percorsi si incrocino e si uniscano. Questo mi interessava di meno. Ci&ograve; che mi interesava era quello che succede a Leopold Bloom <u>in quanto uomo</u>, a Molly Bloom <u>in quanto donna</u>  e a Stephen Dedaelus <u>in quanto ragazzo</u>. Se c&apos;erano connessioni, bene, ma a me interessava di pi&ugrave; l&apos;individuo. Se si prende Leopold Bloom, le ha viste tutte: &egrave; stato felice, &egrave; stato triste. E&apos; un prammatico: sa di non poter cambiare il mondo in cui si vive; si deve andare avanti e lui lo fa. Molly &egrave; abbastanza simile; Credo che siano pi&ugrave; simili Molly e Bloom che non Bloom e Stephen. Stephen naturalmente, essendo un giovanotto, non le ha passate tutte; &egrave; pi&ugrave; tormentato in quanto non ha ancora assimilato quel prammatismo&rdquo;.   </p>
<p>Il prammatismo del signore e delal signora Bloom si estende alla sfera sessuale, in cui entrambi vengono mostrati cercare e trovare il loro piacere separatamente l&apos;uno dall&apos;altra: Leopold si masturba in spiaggia mentre controlla una giovane e frustrata istitutrice, mentre Molly riceve le attenzioni di un virile (e in qualche modo unidimensionale) promotore musicale, Blazes Boylan. In termini di casting, Molly sembra male abbinarsi al marito per la bellezza fisica. Faccio notare a Sean Walsh che Angelina Ball &egrave; semplicemente troppo attraente per questo ruolo. Ancora una volta non &egrave; d&apos;accordo: &ldquo;Non so in che punto dell&apos;<i>Ulisse</i> si dica che Molly Bloom non era di bell&apos;aspetto, perch&eacute; lo era: era molto attraente. In secondo luogo, non credo che Angelina sia un&apos;attrice-modella di tipo hollywoodiano. Il motivo per cui ha avuto la parte &egrave; molto semplice: &egrave; fantastica. Ha occhi bellissimi, &egrave; bellissima, ma ancora meglio, possiede un ritmo naturale che le permette di sviluppare il monologo di Molly proprio nella maniera in cui deve essere recitato. Ci sono ben poche persone che ne siano capaci. Se la tua critica &egrave; rivolta ad Angelina, la confuto totalmente&rdquo;.  </p>
<p>Poich&eacute; <i>Bloom</i> dura solo due ore mentre ci vuole un&apos;eternit&agrave; a leggere il romanzo in s&eacute;, sembra inevitabile che molto si perda nel passaggio dal testo allo schermo. Concentrandosi sugli aspetti umani ed umoristici dell&apos;<i>Ulisse</i>, Walsh &egrave; riuscito a rendere il proprio compito pi&ugrave; gestibile; resta per&ograve; un punto debole sul quale non riesco a non stuzzicarlo: l&apos;episodio dei Ciclopi. Per molti lettori questo rappresenta uno dei momenti pi&ugrave; sublimi del libro, in termini di enfasi sul messaggio centrale di amore alla faccia dell&apos;odio e della bigotteria. In <i>Bloom</i> viene invece ridotto fino quasi all&apos;inconsequenzialit&agrave;, ad un mero spiacevole contrattempo nella giornata di leopold Bloom. Inoltre, il suo potenziale comico viene perso completamente. Chiedo a Wlash se non abbia avuto la tentazione di farne qualcosa di pi&ugrave;. &ldquo;S&igrave;, e direi lo stesso di molto altro nel film. Direi che dopo cinque anni avevo buttato gi&ugrave; tutta la sceneggiatura; poi mi ci sono voluti tre anni per toglierne dei pezzi, per comprimerlo, cercando di farlo funzionare. Tutto &egrave; stato compresso, compreso la scena dei Ciclopi. Ma sono soddisfatto di come &egrave; venuto, perch&eacute; non volevo che questa cosa anti-semita rimanesse ad aleggiare sul film, non volevo fosse un film sull&apos;antiebraismo in Irlanda. Volevo che rappresentasse una parte di ci&ograve; che accade nella vita di Bloom. Non volevo dargli un&apos;indicazione precisa; non &egrave; come con <i>Schindler&apos;s List</i> per cui lo sai di andare a vedere un film sulla Germania nazista&rdquo;. </p>
<p>L&apos;apice di <i>Bloom</i> &egrave; invece l&apos;episodio di Circe, che &egrave; stato fedelmente riportato in tutto il suo surrealismo comico. Alla vita mentale di Leopold Bloom &egrave; dato un rilievo pieno di vita e colore contro uno sfondo di comparse, e questa lunga scena raggiunge un trionfo drammatico genuino in termini di trasposizione visuale di un capitolo tanto complesso. Per Walsh &egrave; Circe a rappresentare il nucleo dell&apos;<i>Ulisse</i>? &ldquo;L&apos;episodio di Circe in molti modi rappresenta il nocciolo del libro e allo stesso tempo non lo &egrave;. Data l&apos;interconnessione fra personaggi e temi, ovviamente essi si intrecciano per tutto l&apos;<i>Ulisse</i>, ma per la maggiorparte questo viene a compimento nell&apos;episodio di Circe. Tutte le cose che hai visto, imparato o letto in precedenza tornano qui sebbene in maniera caleidoscopica, in un modo completamente differente. Inoltre, credo che sia un capitolo eccezionale, non gli si pu&ugrave; fare giustizia in un film. Se fosse stato pubblicato oggi, manderebbe in visibilio il pubblico. A me piace la fantasia, la sua natura bizzarra. La sceneggiatura prende una direzione lineare ma ci&ograve; che accade in termini di personaggi, costumi e location &egrave; completamente innaturale. Ma rappresenta il nucleo [del libro]? No, credo che il cuore sia [il capitolo] Itaca e il monologo di Molly (ovvero l&apos;episodio di Penelope). E naturalmente, per quanto riguarda Itaca, che rimane il mio capitolo preferito e che era il preferito di Joyce, non ci sono rimaste che due scene!&rdquo; </p>
<p>A prescindere dagli inevitabili difetti del film e degli indubitabili pregi, quello che non si pu&ograve; negare &egrave; la sua accessibilit&agrave;, una aspetto che deriva dalla motivazione principale di Walsh a realizzare <i>Bloom</i>: &ldquo;Per anni, l&apos;<i>Ulisse</i> &egrave; stato considerato il miglior romanzo del ventesimo secolo, specialmente da noi irlandesi, che riveriamo Joyce come un granse scrittore. Il problema &#038;egrave<br />
; che nessuno di noi ha letto il libro; tutti ne posseggono una copia e nessuno l&apos;ha letto! E&apos; stato questo paradosso a spingermi: come pu&ograve; quest&apos;opera essere considerata un capolavoro se nessuno l&apos;ha letta?&rdquo; </p>
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		<title>Dalle Carabine allo Smoothie alla Fragola. L&apos;Irlanda nel XXI secolo: Nord e Sud.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Three Monkeys Online</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica & Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Per pi&#249; di trent&apos;anni i media di tutto il mondo hanno concentrato la loro attenzione sul &apos;terrorismo&apos; che imperversava nelle sei province dell&apos;Irlanda del nord est. Dietro una cortina di fumo e di fuoco, dietro gli uomini in passamontagna coi fucili e bombe, esiste un&apos;altra prospettiva, un&apos;Irlanda nascosta.&#8221; [Colours: Ireland &#8211; From bombs to boom [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&ldquo;Per pi&ugrave; di trent&apos;anni i media di tutto il mondo hanno concentrato la loro attenzione sul &apos;terrorismo&apos; che imperversava nelle sei province dell&apos;Irlanda del nord est. Dietro una cortina di fumo e di fuoco, dietro gli uomini in passamontagna coi fucili e bombe, esiste un&apos;altra prospettiva, un&apos;Irlanda nascosta.&rdquo; [<i>Colours: Ireland &ndash; From bombs to boom</i> &ndash; Henry McDonald] </p>
<p>Nel 1966, per festeggiare il 50°anniversario dell&apos;insurrezione di Pasqua del 1916, il governo irlandese mand&ograve; in onda documentari sui protagonisti della rivolta e tenne grandi raduni popolari. C&apos;era un&apos;atmosfera caratterizzata da un timore quasi reverenziale e da profonda ammirazione per quegli uomini che diedero vita ad un tentativo di ribellione &#8211; violento, destinato a fallire e all&apos;epoca impopolare &#8211; contro il dominio inglese in Irlanda. Nei quaranta anni trascorsi da allora, il Paese ha assistito ad un&apos;ondata di violenza politica e faziosa che ha legato l&apos;Ulster ai luoghi pi&ugrave; pericolosi della terra. Nella Repubblica povert&agrave; ed emigrazione di massa hanno lasciato il posto al boom economico e a un imprevisto fenomeno di immigrazione. Quello che un tempo era la confessione di Stato, il cattolicesimo, &egrave; naufragato in mezzo a scandali legati alla pedofilia e crociate liberali per il divorzio e la contraccezione. Questo mese l&apos;intenzione del governo di Dublino di commemorare il 90°anniversario dell&apos;insurrezione di Pasqua con una parata militare &egrave; stata accolta da polemiche, cosa che sarebbe stata inconcepibile nel 1966. In breve, il tempo passa e, mentre nell&apos;ultimo secolo nazionalismo, unionismo e repubblicanesimo erano i contesti pi&ugrave; facili all&apos;interno dei quali discutere la questione irlandese, oggi si rivelano sempre pi&ugrave; datati. </p>
<p>Henry McDonald, direttore dell&apos;edizione irlandese dell&apos;<i>Observer</i> e autore di libri su David Trimble, leader unionista dell&apos;Ulster, e anche sull&apos;Ulster Volunteer Force [N.d.T.: gruppo paramilitare lealista], propone un&apos;immagine alternativa dell&apos;Irlanda in <i>Colours: Ireland &ndash; From Bombs to Boom</i>, un libro che &egrave; in parte una biografia, in parte un interessante saggio di sociologia. MacDonald &egrave; cresciuto nei Markets, quartiere cattolico e repubblicano di Belfast. Un ambiente di fazioni, carcere e &apos;lotta armata&apos; repubblicana, ma, come il libro dimostra, fatto anche di tifosi di calcio, punk rock e socialismo di respiro internazionale. Il libro illustra anche che, come molti irlandesi, sia uomini che donne, si identificarono nelle tradizionali contrapposizioni &ldquo;repubblicani contro unionisti&rdquo; e &ldquo;cattolici contro protestanti&rdquo;, ve ne furono altri che cercarono e trovarono un nuovo modo di definire se stessi. </p>
<p>McDonald, acuto osservatore di tutto ci&ograve; che riguarda l&apos;Irlanda, ha gentilmente accettato di discutere via e mail di alcuni argomenti con Three Monkeys Online. </p>
<p><b>In <i>Colours</i> si fa un interessante paragone tra la corruzione politica irlandese e quella italiana. Nell&apos;Italia di Berlusconi (e nei governi prima di lui), i media spesso tacciono, o per paura, o per noncuranza, o per collusione. Come giudica la risposta dei media irlandesi alla corruzione politica? Come giudica gli attacchi nei confronti di Frank Connolly e del <i>Centre for Public Inquiry</i> [N.d.T.: Osservatorio sulla corruzione pubblica]? </b></p>
<p>I media irlandesi, inclusa la rete televisiva di stato <i>RTE</i>, sono stati abbastanza decisi nel denunciare la corruzione politica che dilaga nel sud del paese. Io penso che ci&ograve; che voi definite &ldquo;attacchi&rdquo; al <i>Centre for Public Inquiry</i> sono stati parte di quella voglia di denunciare la corruzione pubblica. Perch&eacute;? Perch&eacute; Frank Connolly deve ancora spiegare cosa faceva in Colombia con un passaporto falso mentre l&apos;IRA guadagnava milioni di dollari grazie al FARC [esercito rivoluzionario colombiano] e al traffico di droga. Finch&eacute; il signor Connolly non fornir&agrave; spiegazioni soddisfacenti si astenga dall&apos;accusare i politici di corruzione. Chi ha tegoli di vetro, non tiri sassi al vicino, o, in altre parole, &egrave; pericoloso criticare gli altri quando si &egrave; a propria volta criticabili. </p>
<p><b>Lei ha parlato del flusso di lavoratori stranieri verso l&apos;Irlanda del nord, citando l&apos;esempio della comunit&agrave; portoghese di Dungannon. Qual &egrave; l&apos;effetto dell&apos;immigrazione sulla societ&agrave; nordirlandese?</b></p>
<p>Gli effetti dell&apos;immigrazione avranno bisogno di tempo per manifestarsi appieno, ma stanno gi&agrave; avendo un effetto benefico. Nella zona attorno al Tunnell, l&apos;enclave cattolica di Portadown, la popolazione e l&apos;ambiente erano parecchio a rischio. Ma negli ultimi anni si &egrave; assistito ad una rinascita, da quando dozzine di famiglie portoghesi, o provenienti da paesi di madre lingua portoghese, vi si sono insediate, soprattutto per lavorare nelle industrie conserviere del luogo. </p>
<p>Naturalmente ci sono stati dei problemi. Proprio la settimana scorsa, a Belfast, alcune famiglie polacche sono state aggredite da alcuni lealisti dell&apos;Ulster locale che li accusavano di comportamento anti sociale. Ma il numero degli immigrati stranieri supera di gran lunga quello dei razzisti isolati e degli xenofobi. In linea di massima l&apos;impatto che l&apos;immigrazione ha avuto &egrave; stato positivo e foriero di progresso, il lato buono della globalizzazione. Il pub che frequento solitamente, il Pavillion a sud di Belfast, una volta al mese dedica una serata alla Polonia, dove si esibiscono DJ di Varsavia e vengono offerte tipiche bevande polacche ed &egrave; un&apos;inziativa che riscuote un grande successo. Venisse il giorno in cui avremo il nostro primo consigliere polacco, africano o cinese. Magari. </p>
<p><b>Durante la parata del &ldquo;Love Ulster&rdquo; organizzata recentemente dagli unionisti a Dublino si sono verificati dei disordini. Secondo lei la violenza riflette un&apos;avversione generalmente condivisa nei confronti dell&apos;Ulster unionista nella Repubblica o piuttosto una buona opportunit&agrave; per gli estremisti, sia repubblicani che lealisti, di finire sulle prime pagine dei giornali? </b></p>
<p>Credo che gli abitanti della Repubblica siano generalmente pi&ugrave; rilassati e tolleranti di quelli dell&apos;Irlanda del nord. Ho assistito personalmente ai disordini e queste sono le mie conclusioni. Per prima cosa quasi tutti quelli che hanno provocato gli scontri erano solo teppisti che hanno colto l&apos;occasione. In secondo luogo, il culto del Glasgow Celtic e i suoi riti tribali hanno avuto il loro peso. In terzo luogo, credo che i dissidenti repubblicani abbiano sfruttato la situazione, soprattutto quegli elementi schierati con l&apos;IRA. C&apos;era un livello di organizzazione nei disordini, rivolto non solo contro i dimostranti unionisti (ai quali non si sono mai avvicinati), ma anche allo Stato irlandese. </p>
<p>Una volta Reginald Maulding ha parlato di &ldquo;livello di violenza accettabile&rdquo; nell&apos;Irlanda del nord. Leggendo sia i quotidiani che <i>Colours</i> &egrave; evidente che l&apos;assenza di una violenza di motivazione politica non ha condotto ad una societ&agrave; pacifica. L&apos;accordo del <i>Good Friday</i> ha cambiato il livello e il contesto per una &ldquo;violenza accettabile&rdquo;? </b></p>
<p>No, ha condotto a una forma di apartheid all&apos;interno della societ&agrave;. Sto scrivendo un articolo per l&apos;<i>Observer</i> su una scuola integrata nata a Mid Down, uno dei luoghi  pi&ugrave; tolleranti, a livello religioso, del nord dell&apos;Irlanda. Un matrimonio su cinque in questa zona avviene tra appartenenti a credi diversi. Ciononostante la scuola ha incontrato la netta opposizione dei politici unionisti i quali temono che, se in quella zona i figli di cattolici e di protestanti verranno educati insieme, il loro potere subir&#038;agra<br />
ve; un calo. Figuriamoci! Nel 2006 esistono ancora fanatici che si oppongono a scuole che promuovono l&apos;incontro tra bambini, a prescindere dalla loro religione. E questo avviene nella zona pi&ugrave; tollerante del nord Irlanda. Riassume un po&apos; l&apos;atteggiamento dominante: pace s&igrave;, amore e conoscenza reciproca no. </p>
<p><b>La Repubblica &egrave; stata citata a livello internazionale (inclusa la recente campagna elettorale italiana) come un esempio economico da seguire. I pro e i contro della &ldquo;Tigre Celtica&rdquo; sono gi&agrave; stati ampiamente discussi. Ma qual &egrave; stato l&apos;impatto nelle comunit&agrave; del Nord? Nell McCafferty una volta ha detto che, in assenza di discriminazione, sarebbe stata contenta di definirsi cittadina britannica, considerato il fatto che i benefici economici  superavano di parecchio quelli offerti dalla Repubblica (salute, istruzione etc..). Il benessere economico renderebbe il colpo di un Irlanda unita meno duro per gli unionisti? </b></p>
<p>In una parola: no. Gli unionisti non riconoscono l&apos;approccio marxista alla storia, non sono guidati dal determinismo economico. L&apos;unica cosa che li potrebbe spingere a desiderare un&apos;Irlanda unita (e questa &egrave; un&apos;opinione che condivido) e la consapevolezza che potrebbero avere un enorme potere politico all&apos;interno del Parlamento irlandese, controllando, attraverso la propria influenza politica, l&#8217;attribuzione di incarichi di alta responsabilit&agrave;. Sono anche consapevoli del fatto che non hanno pi&ugrave; molto potere all&apos;interno del governo inglese. Ma il problema &egrave; che esiste una diffusa ammirazione per lo stile di vita britannico. </p>
<p><b>Sembra chiaro che esistono grosse differenze culturali tra gli unionisti del nord Irlanda e gli inglesi. Cos&apos;&egrave; secondo lei invece ci&ograve; che divide i nazionalisti del nord Irlanda da quelli dell&apos;Irlanda del sud? </b></p>
<p>Esistono delle differenze tra nazionalisti del nord e quelli del sud. Consideriamo la religione, per cominciare. I cattolici del nord sono considerati pi&ugrave; conservatori, ad esempio per quel che riguarda la sessualit&agrave;, rispetto a quelli del sud. Sono inoltre pi&ugrave; portati a confidare nei loro sacerdoti e meno inclini a mettere in discussione la gerarchia ecclesiastica, oltre ad essere pi&ugrave; ostili verso gli unionisti. La conoscenza genera scontento! Quando vado allo stadio a vedere la nazionale irlandese sono i tifosi cattolici del nord che cantano gli inni dell&apos;IRA, fischiano i giocatori stranieri che giocavano per i Rangers ecc&hellip; Sono come i serbi bosniaci&hellip; pi&ugrave; serbi dei serbi. </p>
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		<title>Profilo di una vittima &#8211; di Gabriella Revelli</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maura Murizzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Titolo (improprio) e copertina (fuorviante) non rendono affatto giustizia a un romanzo che, pur senza essere particolarmente originale, rappresenta un esordio interessante per la torinese Gabriella Revelli, e la candida secondo noi a un brillante futuro di sceneggiatrice oltre che di scrittrice. Il suo libro infatti ha il ritmo asciutto di un copione cinematografico, dialoghi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Titolo (improprio) e copertina (fuorviante) non rendono affatto giustizia a un romanzo che, pur senza essere particolarmente originale, rappresenta un esordio interessante per la torinese Gabriella Revelli, e la candida secondo noi a un brillante futuro di sceneggiatrice oltre che di scrittrice. Il suo libro infatti ha il ritmo asciutto di un copione cinematografico, dialoghi abbondanti e mai artefatti e infine una serie di colpi di scena che ne rendono intrigante la lettura. </p>
<p>La storia ruota intorno a uno psichiatra che immaginiamo trentacinquenne, dibattuto tra l�attrazione per una giovane paziente depressa (a causa dell�abbandono subito dal solito uomo narciso) e la deontologia professionale, che invece impone distacco e cautela soprattutto con soggetti cos� intimamente instabili.</br>In realt�, per�, gi� a pag. 8 le acque si confondono, perch� il medico � tutt�altro che un amatore idealista o un eroe romantico; � invece un uomo qualunque che conduce una vita mediocre, cerca la compagnia occasionale di una donna sexy ma che non ama, ha un paio di amici veri un po� petulanti, e fondamentalmente � appagato dalle proprie abitudini e dalla propria �singletudine�. </br>Giulia, la paziente che Piero saltuariamente riceve in ambulatorio, scardina poco a poco le sue certezze di uomo e di medico, facendo riaffiorare quasi accidentalmente una persona e un episodio rimossi, una domenica di maggio di quindici anni prima in cui, come nel film <i>L�uomo senza sonno</i>, una tragica fatalit� ha cambiato per sempre i destini di tante persone. </p>
<p>Come si diceva in apertura, il plot non � dei pi� originali e anzi si risolve solo nelle ultime pagine, con rarissime anticipazioni nei capitoli centrali del libro: sembra quasi che l�autrice abbia iniziato a scrivere con questa idea, l�abbia poi accantonata nel corso del romanzo per dare spazio alle vicende e agli incontri (peraltro molto godibili) che coinvolgono e sconvolgono i vari personaggi, e l�abbia ripresa solo nel finale per concludere univocamente la storia. Al di l� per� di questo �sbilanciamento� tra intenti (supponiamo) programmati e risultati concreti, questo lungo racconto si legge come un gustoso spaccato di vita borghese, come sempre avvezza al compromesso tra apparenza e sostanza, tra ideali giovanili e meschinit� adulte (e adulterine), tra progressismo sbandierato a parole e pistole da sceriffo tenute in tasca &#8211; anche se solo per autodifesa. </p>
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		<title>Caos Calmo di Sandro Veronesi</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2005 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maura Murizzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quarant&apos;anni vedovo. Seppur ricalcato in parte su un film recente (e sicuramente dimenticabile), forse questo sarebbe stato un titolo pi&#249; adatto del criptico Caos calmo per questo strabordante romanzo. Un romanzo che potrebbe spaventare, appunto, per titolo, mole e argomento impegnativi (il lutto di un uomo che perde la moglie giovane e rimane solo con [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Quarant&apos;anni vedovo</i>. Seppur ricalcato in parte su un film recente (e sicuramente dimenticabile), forse questo sarebbe stato un titolo pi&ugrave; adatto del criptico <i>Caos calmo</i> per questo strabordante romanzo. Un romanzo che potrebbe spaventare, appunto, per titolo, mole e argomento impegnativi (il lutto di un uomo che perde la moglie giovane e rimane solo con la figlia decenne e molti sensi di colpa&hellip;), ma che invece si legge tutto d&apos;un fiato grazie alla brillante scrittura di Veronesi, e alla sua capacit&agrave; di giocare con una carrellata di personaggi unici e uno spirito toscano che rende umoristiche anche le situazioni pi&ugrave; drammatiche. Basta leggere le prime pagine del libro per restare intrappolati nella sua trama, e andare avanti a capofitto per scoprire come Pietro Paladini sopravvivr&agrave; nell&apos;ordine a: un salvataggio rocambolesco di una culona in alto mare, accompagnato da un&apos;erezione memorabile; la morte improvvisa della moglie, o meglio della donna che avrebbe dovuto sposare di l&igrave; a cinque giorni, mentre lui era in mare a salvare la culona e non rispondeva al telefonino che gli chiedeva di tornare a casa; la responsabilit&agrave; di reagire a questo lutto insieme alla figlia Claudia; la forza di resistere alla tentazione di una cognata bellissima, con un fisico da velina e una predisposizione naturale per gli uomini sbagliati (e infatti punita con tre figli avuti da tre uomini diversi, e inopportunamente chiamati Aldo, Giovanni e Giacomo&hellip;). </p>
<p>Se in privato Pietro attraversa una fase decisamente delicata, aspettando di vivere e di scontare una sensazione di lutto, di angoscia e di disperazione che non arriva mai, dal lato professionale vive un periodo altrettanto movimentato, poich&eacute; la sua azienda sta per fondersi con una grande multinazionale televisiva, al costo di riduzioni del personale e nuovi equilibri al vertice (giochi di potere da cui non rimane escluso, a patto di attaccarsi al carro del vincitore). Con innaturale indifferenza, Pietro trascorre tutte le giornate di un&apos;intera stagione (da settembre a Natale) nell&apos;abitacolo della sua auto, parcheggiata di fronte alla scuola della figlia, e da questa specie di acquario osserva la vita che scorre fuori da l&igrave;, in un angolo verde di Milano che neppure sembra metropolitano, e all&apos;occorrenza riceve i suoi colleghi e superiori come in un confessionale, seguendo senza partecipazione le fasi di questa titanica fusione. </p>
<p>Cos&igrave; abilmente congegnata, la struttura del romanzo potrebbe dilatarsi all&apos;infinito, dal momento che l&apos;Audi di Paladini diventa la meta del pellegrinaggio di curiosi e disperati, di attaccabottoni e perfino di conoscenti in vena di sfogo. Per fortuna Veronesi si ferma un attimo prima che le storie diventino troppe o troppo lunghe, e stupisce con un finale in qualche modo &apos;profondo&apos; che non avremmo mai attribuito a un personaggio come Pietro. Che rimane un personaggio indimenticabile per humour, umanit&agrave; e schiettezza (i suoi dettagliati racconti di erezioni e pompini sono &apos;sinceri&apos; tanto quanto l&apos;ammissione di non riuscire a disperarsi per la morte di Lara), e infatti siamo pronti a scommettere che <i>Caos calmo</i> diventer&agrave; presto un film, ma che forse un po&apos; delude per l&apos;insistenza sulla descrizione di un certo ambiente alto-borghese, con casa al mare &ndash; nonno con badante in Svizzera &#8211; navigatore satellitare, a discapito di un tempo e di una societ&agrave; in realt&agrave; molto pi&ugrave; tristi e magri. </p>
<p><b><i>CAOS CALMO</i>, di Sandro Veronesi</b> &#8211; Bompiani, pp. 451, euro 17,50</b></p>
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