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Quo Vadis, Baby? di Gabriele Salvatores - una recensione
Quo vadis, baby? è, come si dice, l’ultima fatica di Salvatores, dove il regista ha sicuramente ‘faticato’ nel senso che ha consciamente impiegato energie e intelletto (e risorse in generale) per realizzare un’opera che è una vera e propria novità – in molti sensi – rispetto ai suoi precedenti film.
Il film è girato in digitale (cosa significhi poi per noi semplici e ignoranti spettatori a me sfugge), la storia è un noir, protagonista non l’onnipresente Abatantuono, bensì una donna (la bravissima Angela Baraldi). Come in molti altri film di Salvatores, però, non è la fine del viaggio (la risoluzione del caso) che importa, ciò che conta è il viaggio in sé, il cammino di Giorgia (la Baraldi appunto) attraverso il proprio dolore fino alla confusa consapevolezza finale.
Sì, la storia è un noir, non un giallo o un poliziesco. Senza voler entrare nel merito della critica e la storiografia cinematografica, diremo però che vi è una sostanziale differenza fra questi generi, tra cui il noirè il più intimistico e drammatico. La protagonista è una detective, ma il film non è una detective story (la concatenazione degli indizi lascia anzi molto a desiderare in termini di plausibilità o intelligenza dell’intreccio); sarebbe più corretto definirlo un’analisi dei personaggi dal punto di vista della loro umanità, che è poi un altro dei temi ricorrenti nel filone Salvatores degli anni ’90.
La trama si dipana attorno a Giorgia, investigatrice privata nell’agenzia del padre, che comincia, sedici anni dopo il suicidio della sorella, ad indagare sul perché e il per come della morte della bellissima e tormentata Ada, che se ne andò senza una vera spiegazione.
Salvatores e Grazia Verasani, autrice del libro omonimo da cui è stato tratto Quo vadis, baby?, fanno volutamente uso degli elementi tipici del noir, come ambientare le scene in interni quasi bui o esterni notturni poco illuminati (complici i bellissimi portici di una piovosissima Bologna), i flashback, con l’espediente sia dei superotto di Giorgia e Ada bambine, che delle videocassette registrate, in un vano tentativo di autoanalisi, da Ada prima di suicidarsi, l’atmosfera angosciata ed angosciante che circonda le due protagoniste, la scelta di un personaggio femminile principale in crisi esistenziale e psicologicamente instabile.
Non rinunciano però a infilare qui e là battute e situazioni che strappano il sorriso e ‘rilassano’ lo spettatore. Non tutti i personaggi infatti sono tormentati dalla vita (e la morte) propria e degli altri. C’è per esempio il simpaticissimo e ottimista Lucio, l’assistente-confidente di Giorgia, o il disincantato Mel, gestore di un chiosco di panini di periferia, anche lui destinatario delle ‘confessioni’ di Giorgia e dispensatore di consigli e buon senso.
Ci sono nel film diversi strati che aiutano lo spettatore a farsi un’idea della storia e delle metafore, notabile il costante riferimento al cinema stesso. Due degli indizi più importanti della vicenda sono infatti racchiusi in film ‘cult’, a partire dal titolo, una battuta di Marlon Brando nel celeberrimo Ultimo tango a Parigi. O ancora Ada vuole fare l’attrice, a Giorgia, di conseguenza, non piace il cinema. Una delle ragioni per vedere questo film è proprio quella di scoprire i vari livelli della storia, senza fermarsi al semplice intreccio della trama. L’altra è ammirare la buona interpretazione della Baraldi e di Gigio Alberti, perfetti per le rispettive parti di quarantenni disillusi alla ricerca di un proprio equilibrio.
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