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Di Francesca Panozzo
Fino a qualche anno fa, la storia di quel dedalo di viuzze strette, dai nomi fuori dal comune che si snoda nel cuore del centro storico di Bologna dando vita all’antico ghetto ebraico, costituiva fondamentalmente un mistero. Per la città stessa, o almeno per la maggior parte dei suoi abitanti. E’ nel 1988, 50° anniversario delle persecuzioni razziali, che il Comune decide di restituire, attraverso un sapiente restauro conservativo, la memoria e la dignità storica al suo ghetto.
UN PO’ DI STORIA
A teorizzarne e decretarne la nascita, con la bolla Cum nimis absurdum, nel 1555 fu papa Paolo IV Carafa (grande inquisitore dell’età della Controriforma). Dall’emanazione della bolla papalina, in tutti i territori soggetti al dominio temporale della Chiesa, gli ebrei dovettero vivere rigorosamente separati dal resto della popolazione. La bolla papale specificava che se il numero degli ebrei era limitato, questi avrebbero dovuto abitare in un’unica casa (la casa dell’ebreo). In un’unica strada (la giudecca) se impossibilitati ad occupare una abitazione sola; altrimenti in più strade, purché appositamente delimitate da un muro e con entrate ed uscite sbarrate da cancelli (il ghetto). All’interno di questo ‘serraglio o chiuso degli ebrei’ poteva esservi un’unica sinagoga. Le limitazioni inoltre non riguardavano solo gli alloggi: le leggi del papa contro gli ebrei ripristinarono l’obbligo di indossare un segno distintivo: un cappello giallo (poi rosso) per gli uomini e un velo dello stesso colore per le donne (uguale a quello che portavano le prostitute); e regolamentarono anche i mestieri (gli ebrei potevano praticare solo il commercio degli abiti usati e della roba vecchia o tenere un banco di prestito il cui tasso di interesse non poteva superare il 12%).
A Bologna, una vivace presenza ebraica è testimoniata già prima dell’intervento del Papato, a partire dal XIV secolo. Si trattava di una comunità intellettualmente e produttivamente molto attiva che contribuì allo sviluppo culturale ed economico del centro urbano e dei comuni limitrofi e che vantò tra i suoi membri nomi illustri come Ovadià Sforno (medico, filologo, filosofo) o il rabbino Azarià de’ Rossi. Indicativo per capire il grado di scambio culturale intercorso fra Bologna e i suoi cittadini ebrei è il fatto che nel 1488 presso l’università venne istituita una cattedra di storia dell’ebraismo1 .
Nonostante due secoli di relativa pace e integrazione, nel 1566 anche a Bologna vennero chiusi i cancelli del ghetto. Questo si estendeva su una vasta area all’ombra delle due torri. Via dell’Inferno ne era l’arteria principale verso la quale confluiva un intreccio di stradine: via dei giudei (un tempo via San Marco e poi via delle due Torri), via Canonica (un tempo via Canonica San Donato), vicolo San Giobbe, vicolo Mandria (un tempo via del Ghetto), via del Carro e via Valdonica.
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