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Un safari canadese in sella ad un cammello nel deserto del Rajastan – un ricordo personale.

Di Mike Moffatt

Tradotto da: Three Monkeys Online
Per l'articolo in lingua originale clicca qui Un safari canadese in sella ad un cammello nel deserto del Rajastan – un ricordo personale.

Per settimane avevo continuato a sentire lo stesso ritornello durante il mio viaggio ‘zaino in spalla’ in India. “Se non hai partecipato ad un safari con cammello, non hai fatto il Rajastan”. A dispetto dell’odio che provo per questo genere di snobberia da backpacker, mi ero già fatto l’idea con il film Lawrence d’Arabia. Mi aveva sempre affascinato l’immagine di Peter O’Tool che appare in lontananza all’orizzonte dopo la solitaria attraversata del deserto del Sinai. E va bene, sarei andato anch’io sul cammello!

Ero riuscito ad evitare la paventata diarrea del viaggiatore [N.d.T.: letteralmente ‘pancia di Delhi’, ovvero sindrome intestinale indiana] per le prime due settimane del mio viaggio. Purtroppo dovetti soccombervi al mio arrivo nella bellissima ‘città blu’ di Jodhpur. Jodhpur è a sei ore di treno da Jaisalmer, porta d’ingresso del deserto del Rajastan, nell’India nordoccidentale. Il proprietario dell’ostello Joshi’s Blue House, a Jodhpur, mi incoraggiava a mangiare qualcosa, ma io ho trascorso la maggiorparte delle mie 48 ore nella città blu a dormire e approfittare del bagno en-suite su cui avevo deciso di investire per l’occasione. Giunto il momento di lasciare Jodhpur, mi sentivo meglio ed ero certo di essere pronto ad affrontare il deserto. Scelsi di ignorare gli avvertimenti dei compagni di viaggio incontrati sul treno, riguardo ad un safari nel deserto nel mese di aprile, quando le temperature possono raggiungere i 50oC. Dopo tutto, io sono sopravvissuto alle ondate di calore di Toronto, quando la temperatura, per giorni, rimane sopra ai 20 gradi. Quanto peggio poteva essere? Per di più, questo era caldo secco, no?

A Jaisalmer, si impara velocemente che prima di affrontare il deserto, si deve avere a che fare con una sfilza di loschi personaggi che tentano di appiopparti un safari con cammello. Ora, ero già stato avvertito, e da esperto viaggiatore, ero impavido. Per nulla al mondo mi sarei fatto incastrare in una qualche truffa indiana a base di cammello, per cui ero risoluto a prendermi un risciò e farmi portare a quello che la Lonely Planet raccomandava calorosamente come un ostello fantastico, perfetto per trovare un accordo vantaggioso per un safari. Nello scendere dal treno alle cinque di mattina, mi chiesi se sarebbe stato difficile trovare un taxi. Proprio in quel momento, svoltato l’angolo, mi ritrovai sotto assedio. Fui obbligato ad affrontare una schiera di albergatori e autisti di risciò tutti alla ricerca spasmodica dell’attenzione dei pochi turisti dementi che si avventurano nel Rajastan occidentale alla metà di aprile. Provai a resistere sulle mie posizioni, e pretesi un semplice passaggio all’ostello di mia scelta, ma quando ne feci il nome, nessuno degli autisti mi ci volle accompagnare. Pare che non ci sia da guadagnare dalle corse mattutine verso una guest-house rispettabile. Erano tutti alla ricerca dell’affarone, ovvero della relativamente alta commissione che avrebbero ricevuto per piazzarmi in sella ad un cammello. Alla fine mi decisi ad accettare l’offerta del proprietario del Hotel Hanna per cui avrebbe accompagnato alcuni altri occidentali al proprio hotel, per poi portarmi ovunque avessi voluto andare se non volevo restare lì. Avendo poche alternative, lo seguii. Qualche minuto più tardi, sulla jeep, si presentò come Nice Khan e iniziò a bombardarmi con le sue offerte per un safari con cammello. Rimasi della mia idea. Avrei dato un’occhiata al suo albergo e gli avrei chiesto di accompagnarmi alla guest house di mia scelta. Mio fratello è un venditore di auto usate, dopotutto, non mi sarei certo fatto abbindolare da qualcuno con un soprannome decisamente ovvio come ‘Nice Khan’ [N.d.L.: Khan il Simpatico].



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