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Di Deborah Marinacci
Maram al-Masri mi è arrivata in busta gialla, da Genova. Fremente lei, fremente io. Di questo incontro avvenuto per mail, per caso. E che poi si è completato attraverso la sua opera, attraverso il gesto che strappa una busta, e i suoi occhi che in copertina raccontano.
Il rapporto polimorfico tra un autore e un lettore, che può prendere mille direzioni possibili e combinarsi in modi impensati, in questo caso ha ottimi presupposti per dilagare. Se non sono solo gli uomini quelli che si relazionano attraverso un testo – ma i loro universi, soprattutto –, allora io arrivo in Siria, e lei in qualche modo emigra qui, nella mia biografia di immaginari occidentali e locali. Apro, e già sento la musica: la annuncia la firma araba dell’autrice e la sua foto tremendamente retrò. Già vedo paesaggi. E non per un gusto gratuitamente mediorientale o per un amore indipendente per lo straniero. Ma per la verve. Che è una cosa che si legge e palpita. E per tutto ciò che le ibridazioni si portano dietro.
Ciliegia rossa su piastrelle bianche. Una promessa, un titolo vertiginoso. Qualcosa di tremendamente piccolo e turgido, sanguigno, posato contro il freddo di una superficie immacolata. Entrambi pronti a devastarsi. Immobili, si minacciano. Un corpo minuscolo e pregno, con linfa di vita, che può schiacciarsi, lacerarsi, marcire, ferirsi. E insanguinare d’un colpo l’intatto pavimento universale. D’un colpo, dilagare e sporcare una base solida, perfetta, funzionale. Che le piastrelle siano le “verità” di Nietzsche? “Illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria”? Che siano l’architettura data per scontata e su cui ci muoviamo perdendo di vista l’artificio? Un piccola galassia fatta di un frutto e una ceramica, una tensione palpitante, un moto nascosto – trattenuto – nella quiete.
Apri, dicevo, e in seconda di copertina trovi il Times. Pezzi grossi, ti viene da pensare, innegabile. Trovi un signore del Times che parla della violenza che questa donna oppone ai tabù (presunti o effettivi) dei suoi natali, dei dettagli di piuma con cui trapassa – lieve – impulsi universali.
In Italia poche righe nella cronaca locale di qualche quotidiano attento, in occasione dei reading. Ma è nelle cantine indipendenti che fermenta il vino buono. E così, nell’insospettabilità d’un silenzio, nel maggio del 2005 l’opera di Maram al-Masri esce per i tipi della Liberodiscrivere, la piccola editrice genovese di Antonello Cassan, che aveva visto lungo già con altri autori promettenti. Ciliegia rossa su piastrelle bianche è pubblicato per la prima volta nel 1997 a Tunisi, ed è da subito accolto col plauso della critica, vincendo, l’anno successivo, il Prix Adonis del Forum Culturale Libanese in Francia. Già tradotto in spagnolo, francese, inglese e còrso, da noi il libro è edito nella collana “nuda poesia”, con testo arabo a fronte e per la traduzione italiana di François-Michel Durazzo.
Una delle prime cose che all’autrice mi viene da chiedere, ingiustamente, è il suo rapporto con la bellezza. Maram è una donna bellissima, e tutto questo c’entra naturalmente con la sua opera. Mi domando in che relazione è con se stessa, come gestiva l’edonismo nella cultura in cui è nata, e in che maniera questo fascino si staglia sulla sua poetica, sul suo sguardo sulle cose.
E scopro come sempre che la bellezza è una teoria semplice del corpo, dei movimenti, della presa sul reale, anzitutto. Una leggerezza del pensiero, una dote di consapevolezza. Quindi un modo naturale di posarsi sugli oggetti, e – contemporaneamente – una maniera in cui le cose dell’esistenza ci trapassano. Come luce, nel caso di questa autrice.
Rileggevo le risposte di Maram mentre ero in viaggio, e il suono delle parole donava il piccolo e fresco brivido della sapienza, dell’essenzialità. Le sue parole evocano l’imperituro fluire e il collocarsi degli uomini e delle donne, piccoli, in questa enormità. “Sbaglio? – mi dice nel suo francese creolo – Non è l’altro che mi dà questa bellezza?”. Una virtù esogena che non esiste in se stessa, sicuramente non di proprietà di chi la porta. “Non sono niente – sottolinea – senza lo sguardo dell’altro. Ho questo viso che dà forma alla mia anima. Non mi faccio illusioni sulla mia bellezza, perché è fragile. Alcuni la amano, altri no perché li urta. Ma grazie ad essa ho ricevuto complimenti commoventi, fiori offerti in strada dalla gente, poesie in suo onore: persone che avevano compreso che questa bellezza è generosa e gratuita. E’ un regalo che non si aspetta niente.”
E poi l’amore, che con la perfezione dei tratti non c’entra nulla. Gli uomini che Maram racconta sono pronti ad abbandonare, a dimenticare. Anzi, a restare immobili, a non sapere più osservare. “Una volta ho detto a una mia amica che preferirei essere amata all’essere bella. E lei mi ha risposto che le sarebbe piaciuto essere attraente e sola. Ma che farsene da soli della propria bellezza?!? Incontrandomi, una poetessa disse con cattiveria: è troppo bella per essere un poeta. A volte sento che la gente dubita. Che sono punita e trascurata, e questo mi fa male. Ma c’è quello che scrivo, e questo è importante. I miei testi hanno davanti a sé il tempo di essere amati e apprezzati, io non ne ho altrettanto. Quindi amo festeggiare la mia presenza, la vita. So che il mio viso cambierà, e la bellezza del più splendido dei fiori è destinata ad appassire.”
Le chiedo perciò della seduzione, di questojeu de rôle che è un inno alla figura e che nella sua opera ritorna come arma mite, dolce. E che deve essere stato complicato gestire in mezzo al culto dei veli. Ma per Maram la seduzione non è solo femminilità, o sensualità nel modo convenzionalmente inteso. Ancora una volta, è attenzione. O bisogno di.
Come sostiene Edelman, gli uomini hanno bisogno di parole, perché dotati della malattia dell’emozionabilità, della necessità di destabilizzarsi, di fremere, di mettersi in cortocircuito. E contemporaneamente del desiderio di sicurezza, di conferma. L’urgenza di un momento che convogli su di sé energie, flussi. La propensione a sentirci e diventare punti nevralgici che catturino lo sguardo del mondo. Sedurre quindi nel senso etimologico del condurre a sé. “Penso che la seduzione sia un elemento vivo e importante in ognuno. Nell’arte come nella relazione umana. Sedurre è un richiamo all’amore, al piacere mentale o corporeo. Una relazione che non ha più questo motore è condannata a morte. Un bambino seduce sua madre sin dalla nascita. Sorride… Ricordo di aver visto una bambina in un treno parlare a sua mamma. Mentre lei guardava dal finestrino, osservavo questa bimba di cinque anni e il suo lavorio per sedurre sua madre. Le toccava il viso e la costringeva a guardarla con le sue moine… Ha interpretato davanti a me una scena di seduzione degna d’un artista, solo perché la mamma la guardasse con un sorriso, e per sentire che l’amava. Avevo le lacrime agli occhi. E’ un’arte nobile, quella della seduzione. Amo essere ammirata, per me è un rispetto dell’altro, ma è una seduzione senza fini. Non è per arrivare a qualcosa, resta nella bellezza e nella nobiltà. A volte penso di essere veramente ingenua come dicono i miei figli. Ma mi sono liberata di ogni volontà d’ottenere un favore, offro la mia tenerezza alla gente.”
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