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Di Andrew Lawless
Tradotto da: Silvia Andriolo
Siamo a fine aprile e il partito laburista quasi sicuramente vincerà le prossime elezioni generali nel Regno Unito. E’ diventata una questione non di ‘se’ ma ‘di quanto’. Scorrendo la lista dei 50 migliori risultati ottenuti dal governo uscente di Blair, lista compilata dal governo stesso, ci si imbatte in un quadro eccezionale di crescita economica e di gestione dei servizi pubblici. Se le cose fossero andate diversamente, forse l’introduzione della ‘democrazia’ in Iraq vi avrebbe trovato posto con gran fiato di trombe. Brilla invece per l’assenza, così come, per l’appunto, la politica estera in generale (ad eccezione del budget raddoppiato per gli aiuti esteri e dell’accordo di pace del Good Friday, rispettivamente in 22ma e 29ma posizione). Strano, considerando quanta attenzione abbia dedicato Tony Blair alla politica estera, e quanto la percezione pubblica del suo premierato ne sia stata a sua volta condizionata, nel bene e nel male.
Mentre il partito laburista vorrebbe definirsi in termini di successo economico e dei cambiamenti introdotti nella società britannica, secondo John Kampfner, political editor del New Statesman e autore dell’innovativo e controverso libro Blair’s Wars, c’è una questione, quella della guerra in Iraq, che getterà un’ombra sull’attuale amministrazione: “Penso che dominerà la valutazione del suo premierato in generale, cosa che, secondo me, è una disdetta. E’ una disdetta per i laburisti. E’ stato Blair a rendere nuovamente eleggibili i laburisti, quindi una critica rivolta a lui, seppure molto sentita, viene temperata da un senso di tristezza nel constatare che si è lasciato sopraffare da una combinazione di ingenuità e presunzione fino a portare la Gran Bretagna dentro ad una guerra discutibile e in un cul-de-sac.”
La campagna elettorale finora è stata combattuta su temi quali il crimine e l’economia ma sembrerebbe, al momento di scrivere, che i liberaldemocratici siano sul punto di cambiare rotta e incorporare nella propria strategia elettorale una critica pungente alla gestione della questione irachena da parte del governo [nota dell’editore: in effetti, tanto i liberaldemocratici quanto i tories hanno incentrato le loro campagne attorno alla pubblicazione del ‘parere legale’ sulla guerra del Ministro della Giustizia Lord Goldsmith]. La guerra in Iraq, e, cosa più importante, il ruolo di Tony Blair nel costruire le motivazioni per la guerra, costituiscono una questione che si fa di giorno in giorno più scottante. Una questione che difficilmente rovescerà il governo, in primo luogo perché non c’è un’alternativa credibile ad un governo laburista. I fedeli sostenitori del partito laburista, come il musicista Billy Bragg, riassumono un atteggiamento largamente condiviso dicendo “ Sono rimasto molto deluso dalla questione Iraq e da tutto quell’ingraziarsi l’amministrazione Bush, ma le elezioni non riguarderanno la guerra; avranno a che fare con la domanda se si voglia avere Michael Howard come Primo Ministro, e io proprio non lo voglio vedere Primo Ministro”.
Sembrerebbe quindi che una vittoria dei Labour sarà dovuta più a Michael Howard che a quel dinamico Tony Blair vincitore di passate elezioni. Kampfner suggerisce che l’imminente vittoria “sarà vista come una vittoria dei Labour nonostante, piuttosto che grazie a, Tony Blair”. A dar credito a questa ipotesi è un sondaggio, non certo scientifico ma comunque illuminante, pubblicato dal Guardian, il quale dimostra come Tony Blair, onnipresente nelle pubblicazioni e produzioni elettorali di tories e Liberal Democrats, rimanga assente da quelli dei candidati del suo stesso partito, persino nel proprio collegio elettorale di Islington.
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