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Di Alessandro Ansuini
Nel 1986 muore Jorge Luis Borges, e una nuvola radioattiva si alza da Chernobyl, uccidendo, ad oggi, migliaia di persone. Io avevo dodici anni, era un giorno di luglio, caldissimo, e non conoscevo ancora Borges, e ciò che avrebbe significato Chernobyl era ancora tenuto nascosto.
Ricordo che stavo attaccando delle figurine sull’album dei calciatori, mentre la televisione era accesa su una partita dei Mondiali che si disputavano in Messico. La partita era Inghilterra contro Argentina, e mentre io badavo ad allineare la figurina di Pierre Littbarski – l’unico uomo al mondo di cui si può vedere la forma delle gambe avvicinando una parentesi aperta e una chiusa – nel suo apposito rettangolo, l’Inghilterra era in vantaggio per uno a zero. Ricordo che l’Italia era uscita agli ottavi di finale a causa della Francia, in una partita che non aveva mai avuto storia, in un Mondiale che per noi non aveva mai avuto storia.
Distratto, ogni tanto gettavo uno sguardo alla televisione che mandava via satellite immagini di un campo assolatissimo, con l’erba alta due centimetri. Le sagome dei giocatori non producevano ombre (si giocava ad ore impossibili per permettere l’eurovisione), e la partita sembrava saldamente in mano agli inglesi. Ora, è bene fare una precisazione: all’epoca – io – avevo dodici anni, e non avevo la benché minima idea di cosa fosse l’arte, e in vero forse non ce l’ho neppure adesso, o quantomeno ne ho una visione distorta e soggettiva. Inoltre, non avevo mai avuto una dimostrazione divina come quella a cui assistetti in quel giorno di luglio. Di Dio, dopo aver passato sette anni a scuola dalle suore a Testaccio, sapevo che poteva fare assolutamente quello che voleva, sterminare un popolo con un cataclisma, creare un uomo, far risorgere suo figlio: lo immaginavo come una massa informe capace delle più enormi atrocità e delle più magnificenti dimostrazioni di grandezza. Tutte cose che (come vale per tutti) mi venivano raccontate. E la mia fede divina si esauriva nelle preghiere che facevo alla notte, prima di addormentarmi, meccanicamente, come lavarsi i denti.
Quel giorno esatto però, all’inizio del secondo tempo, successe che un uomo raccolse un cross proveniente dalla sinistra e con la mano, anch’essa sinistra, anticipò il portiere della squadra avversaria, lasciando rotolare la palla lenta dentro le profondi reti messicane, che quando la palla entra ci vogliono dieci minuti per raccoglierla dal fondo del sacco. L’uomo che aveva fatto quella scorrettezza, crocifisso nella sua casacca azzurra, volgeva ora la testa verso l’arbitro ora verso il guardalinee: poi, stupito, allargava le braccia al cielo e correva a raccogliere il boato della folla. Il gol era stato concesso, Argentina e Inghilterra erano sull’uno a uno.
Tutti, tranne l’arbitro e il guardalinee, avevano visto che la palla era stata spinta in porta con la mano, e i giocatori inglesi erano furibondi. La furbizia sudamericana sembrava sopraffare l’orgoglio e la correttezza britannici. Tutti guardavano quell’uomo con un certo disprezzo, perché si era permesso di fare qualcosa che nessuno aveva mai osato prima: un gol irregolare in mondovisione. I minuti correvano. Lineker, centravanti inglese, mandava con un tuffo di testa la palla a sfiorare il palo. Gli inglesi potevano bearsi di essere stati raggiunti con una scorrettezza, e perdere per colpe che non sono proprie è già una mezza vittoria. Quindi, sospinti dal torto subito, davano d’assedio alla porta argentina. Io mi distrassi dal mio album di figurine per seguire ciò che avveniva su quel campo di calcio, che era, storicamente – sebbene io non lo sapessi – una rivincita della recente guerra fra inglesi e argentini che si era svolta alle Malvine.
Successe, a metà del secondo tempo, che una palla sporca arrivò fra i piedi dell’uomo che solo pochi minuti prima aveva realizzato un gol con una mano. L’uomo, nella luna di centrocampo, arrestò la palla con un ginocchio, e con una rapida veronica lasciò secchi due giocatori inglesi, lanciandosi con uno scatto impressionante verso la porta avversaria. Un amico arabo, anni dopo, rivedendo quel gol continuava a mostrarmi la parte iniziale dell’azione, che di solito veniva tagliata dai filmati, quella dello stop e della veronica, quella dello scatto appunto – dello scatto – continuando a ripetermi: osserva, è tutto lì, è tutto lì, lo vedi?
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