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Di Alex Mitchell
Tradotto da: Silvia Andriolo
Negli anni recenti, pochi autori britannici son riusciti così efficacemente quanto Jonathan Coe a godere in egual modo di plausi di critica e successo commerciale.
Assai apprezzato per i primi romanzi, quali Donna per caso, La casa del sonno e, in particolare, La famiglia Winshaw, che definì un’era, Coe arrivò poi con La banda dei brocchi, nel 2002, a raggiungere lo status di bestseller. La rappresentazione della vita di giovani inglesi nella Gran Bretagna degli anni Settanta lasciò campo libero a tutto lo humour, la consapevolezza politica e, cosa forse più significativa, la compassione, che è centrale in gran parte della produzione di Coe.
Il nuovo romanzo, Circolo chiuso, chiude il cerchio sulle avventure di Benjamin Trotter e del fratello minore, che avevamo lasciato da studenti a Birmingham. Dopo i vivaci entusiasmi della giovinezza esibiti nel primo romanzo, Circolo chiuso dà sfogo a tutta la delusione e tutto il disincanto di una maturità vissuta all’epoca del New Labour e di quelle armi di distruzione di massa scordate, con gran fastidio di tutti, chissà dove.
L’anno scorso di Coe è uscito anche Like A Fiery Elephant [N.d.T.: non tradotto in lingua italiana], biografia dello scrittore B.S. Johnson. Un libro notevole, che non solo ha contribuito a riabilitare la reputazione di B.S. Johnson quale scrittore veramente innovativo, ma che offre inoltre uno specchio unico del rapporto che lega un biografo e il suo soggetto. In particolare si concentra sui dubbi e le incertezze che entrambi gli scrittori hanno dovuto affrontare riguardo alla difesa dello ‘story-telling’ convenzionale, date le innovazioni della narrativa moderna.
A seguito del recente adattamento televisivo de La banda dei brocchi in Gran Bretagna e in coincidenza con la pubblicazione di Circolo chiuso in Italia, Jonathan gentilmente si presta a dialogare con Three Monkeys Online.
Dopo l’analisi della Gran Bretagna degli anni Ottanta de La famiglia Winshaw, dopo la visione leggermente più rosea degli anni Settanta ne La banda dei brocchi, e infine l’ambientazione contemporanea di Circolo chiuso, comincio l’intervista chiedendo quanto si senta a suo agio oggi col venire definito uno scrittore ‘memoria storica del paese’.
“Gli scrittori non si sentono mai a proprio agio con definizioni che li etichettano, per quanto accurate possano essere. Non è mai stata mia intenzione produrre dei resoconti ‘definitivi’ di decenni particolari, o tentare una narrazione ‘nazionale’. Ma sempre, fin da Donna per caso, ho scritto romanzi su individui che cercano di fare delle scelte in un contesto di situazioni sulle quali non hanno alcun controllo. Man mano che i romanzi crescevano in dimensione e si facevano più ambiziosi, le situazioni in questione diventavano politiche, e quindi diventava necessario inserirli in un background sociale su una scala che alla fine è diventata panoramica. Mi pare che un romanzo dovrebbe essere scritto con un respiro estremamente ridotto e intimo per non diventare in qualche modo politico. Non appena si comincia a raccontare di come degli esseri umani interagiscono socialmente, si entra nella politica, no? Penso che c’entri anche il fatto che non ho viaggiato così spesso né ho una preparazione storica così approfondita come la maggior parte degli scrittori che incontro: quindi devo scrivere del mio paese, dell’epoca attuale, perché, più o meno, questo è tutto quello che so. La Gran Bretagna contemporanea mi sembra un luogo di infinite fascinazioni, ma se sapessi un po’ di più di altri paesi, di altre epoche, forse non sarebbe così.”
Ne La banda dei brocchi sono evidenti l’affetto e la nostalgia per gli anni Settanta. E’ stato difficile rintracciare delle fonti di ispirazione simili per gli anni più recenti?
“Devo continuamente tenere sotto controllo la nostalgia per gli anni Settanta, affinché non abbia la meglio su di me e non mi faccia diventare uno di quei vecchi brontoloni che non fanno altro che parlare di quanto era migliore la vita quando erano bambini. Naturalmente non si tratta di vera e propria nostalgia per quel periodo, ma nostalgia della persona che ero allora, della gioiosa semplicità della mia vita e delle scelte infinite che sembravano pararmi davanti. Sono una di quelle persone sfortunate che hanno avuto un’infanzia felice. La cosa ha due svantaggi: ti offre veramente poche cose di cui parlare (non abbastanza demoni da esorcizzare) e significa che la vita in età adulta può solo rivelarsi una delusione al confronto. Conduco una vita molto felice e agiata nella Gran Bretagna di Blair, ma non mi riesce di provare molto affetto per la cultura che ci siamo creati: è troppo cinica, troppo scaltra, troppo ironica e vuota di vero valore e significato. (Questi sono luoghi comuni, lo so, ma è la verità.) Intuisco in qualche modo che è una conseguenza dell’infatuazione della Thatcher e di Blair per il libero mercato, ma non ci ho mai riflettuto in maniera sistematica. Di solito sono più bravo con l’immaginazione che con l’analisi analitica, quindi, per quanto io possa essere uno ‘scrittore politico’, di sicuro non sono un pensatore politico: una distinzione che a volte sembra poco chiara.”
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