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Di Andrew Lawless
Tradotto da: Three Monkeys Online
Quali sono le sue influenze letterarie?
Queste domande sono così difficili... All’inizio, suppongo, mi rifacevo a vari stili, quali Henry Green, la prosa di Beckett, la Bainbridge dei primi scritti, Elizabeth Bowen, un bel mix! Giunto al momento in cui ho iniziato a pubblicare i miei lavori, prendevo a prestito in maniera consistente da autrici quali Natalia Ginzburg e Elsa Morante. Più recentemente, ho subito una più forte influenza da saggisti, tipo Emil Cioran piuttosto che da romanzieri. Ma man mano che passano gli anni, impari a trarre spunti da altri autori senza più prendere a prestito o copiare o semplicemente ‘suonare’ come loro.
In quanto residente in Italia da lungo tempo, il suo stile di scrivere in inglese è stato influenzato in alcun modo dalla lingua italiana?
Poiché il fatto di imparare, parlare e vivere in un Paese straniero costituisce una grossa fetta della mia vita, inevitabilmente ciò ha alterato la mia maniera di scrivere e rapportarmi all’inglese. Immagino che passando la maggiorparte della tua vita in un altro Paese, dove oltretutto si parla un’altra lingua, si tenda a sviluppare un uso più personale della propria lingua nativa, meno influenzato dai mezzi di comunicazione o dalle tendenze di moda. Ci sono vantaggi e svantaggi. Alla fine, qualunque sia la tua esperienza particolare, a casa o fuori casa, la cosa fondamentale è trarne il massimo.
Ha affermato “Alla fine dei conti si cerca sempre di scrivere il libro che si vorrebbe leggere”. Quali sono alcuni dei criteri principali che usa quando sceglie un libro da leggere?
Caspita! Un libro deve essere in grado di eccitarmi già dalla prima frase. Sono una persona molto impaziente. Se mi pare di aver già sentito in precedenza, il tono, la mimica, semplicemente lo metto subito giù. Lo stesso se mi da l’impressione di voler essere saccente, o se è pomposo. O se sospetto che l’autore voglia semplicemente vendere dei libri. Basta con tratti negativi; per quanto riguarda i connotati positivi, a dire il vero non so di preciso cosa cerco. Come si può saperlo? Non mi sorprenderebbe più se sapessi già a priori di cosa si tratta! Però lo riconosco immediatamente, quando lo trovo. Mi ricordo di quando ho letto le prime pagine di Cemento di Bernhard: hanno avuto un effetto dirompente su di me. Stessa esperienza con Robert Walser, con Joseph Roth, o, in misura più contenuta con i primi lavori di Nicholson Baker. Ma queste sono esperienze abbastaza rare. Alla fin fine, un libro deve consistere in una visione della vita che io possa credere onesta. E la storia deve convincere e intrattenere.
Un amico Carabiniere mi ha recentemente messo in guardia, mentre si parlava de Il lato oscuro dell’Italia di Tobias Jones: “Si sbaglia su tanti punti. Non dovresti credere a tutto ciò che racconta!”. Quando ho cercato di approfondire, ha ammesso di non aver letto il libro, né di avere esempi da fornirmi, ma era più che certo che ci fossero errori ovunque. Le è mai capitato di ricevere critiche del genere dal pubblico italiano? Fino a che punto un outsider può descrivere una cultura?
Un’altra storia da Carabiniere! Persino quando un libro lo si legge, si è spesso più che pronti a fraintendere, specialmente se si ha particolarmente a cuore l’argomento. Semplicemente, si tende a credere che ci siano solo un dato numero di posizioni da prendere su un determinato soggetto, e ad uno scrittore viene immediatamente affibbiata una di queste etichette. In più, certa gente ha la coda di paglia! Quindi sì, ci sono lettori dei miei libri italiani che immaginano io sia troppo critico, altri si lamentano che sia troppo generoso. Di tanto in tanto ti capita di ricevere una lettera offensiva. O, allo stesso modo, certa gente può iniziare a congratularsi con te con te per posizioni che non hai neppure preso. Diventa allora importante per uno scrittore decidere a priori cosa pensa del proprio libro e mettersi il cuore in pace sull’argomento. Altrimento uno comincia a preoccuparsi di tutte queste reazioni divergenti. In generale, quello che ho imparato è come la gente legga senza prestare attenzione, e, come nel caso del suo Carabiniere, che opinioni forti possano avere le persone anche quando non hanno neppure letto il libro.
Per quanto riguarda invece la possibilità di scrivere su di una cultura che non ti appartiene, ci sono dei limiti. Alla fine dei conti, è solamente abitando e lavorando in Italia per molti anni che uno inizia veramente a farsi un’idea sulla visione italiana del mondo, o su quella collezione di diversi punti di vista che costituisce poi il ‘dibattito’ italiano. Scrivendo in inglese sull’Italia, si tende comunque a dare un’interpretazione anglicizzata del Paese. Può essere frustrante. Ecco perché mi sono concentrato così intensamente, in particolar modo in Un’istruzione italiana, su determinati aspetti della lingua, cercando di rendere al meglio certe parole o espressioni prettamente italiane.
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