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Di Three Monkeys Online
In Italia, il due maggio, è stato indetto un black-out dei mezzi di comunicazione. C’è un argomento di cui non si deve parlare sulla stampa nazionale, in televisione, alla radio. E, in generale, i media stanno rispettando questo divieto.
È questa la ragione per cui l’Italia si è classificata in 74a posizione in classifica per quanto riguarda la libertà di informazione? Si tratta della naturale conseguenza dell’impero mediatico di Silvio Berlusconi? O questo è il primo risultato dell’entrata in vigore della legge sulle comunicazioni del ministro Gasparri, precedentemente rifiutata dal Presidente della Repubblica, ma entusiasticamente approvata dal Parlamento italiano?
A dire il vero, nessuna di queste opzioni è quella vera. Si tratta infatti di un atto civile da parte di un Paese che, si spera, ha imparato, con le maniere forti, che non tutto può trovare posto nel dominio pubblico e che intrattenimento e notizie non sono necessariamente la stessa cosa.
Strano punto di vista per una rivista online di stampo liberale. Assolutamente. Ma non dimentichiamo che questi sono tempi strani. Lasciateci mettere tutto ciò in un contesto.
Come tutti sanno, durante il mese di aprile, in Iraq sono stati catturati diversi ostaggi, di varie nazionalità. Tra questi anche quattro italiani.
La sera del 14 aprile, è stata data la notizia che uno degli ostaggi era stato ucciso. Andò in onda, come da programma, una trasmissione televisiva in diretta, a cui partecipavano alcuni parenti degli ostaggi e il ministro degli esteri Franco Frattini. Il ministro rimase lì, nello studio, con i parenti, fatto che provocò in seguito diverse critiche. Man mano che il programma proseguiva, lo scoop televisivo si fece ovvio: chi era la vittima? Quando sarebbe arrivata la conferma? Alla fine, attraverso al-Jazeera, per bocca del vice-direttore di un quotidiano di sinistra, Libero, Renato Farini, venne trasmessa la notizia: Fabrizio Quattrocchi era stato ucciso. Un buon 25 minuti prima che la famiglia venisse ufficialmente informata.
Il dibattito sulla tempistica di quando il ministro venne ufficialmente informato si fà infuocato. Secondo al-Jazeera, loro trasmisero la notizia non appena la ricevettero, due ore prima del programma, e sempre secondo al-Jazeera il governo italiano, per cui anche Frattini, conosceva con un certo anticipo chi fosse l’ostaggio assassinato. Il ministro Frattini sostiene di esserne venuto a conoscenza durante un’interruzione pubblicitaria del programma (che un ministro sia messo a conoscenza di fatti importanti durante i messaggi promozionali è precisamente la ragione per cui egli non dovrebbe partecipare ad una diretta TV in quel particolare frangente). In qualsiasi modo, è certo che l’intero affare sia stato gestito in maniera oscena. Mi azzarderei ad affermare che in una tale situazione, un ministro, nella maggiorparte dei Paesi europei, consegnerebbe le proprie immediate dimissioni; mi viene in mente il caso di Peter Brooke [NdR: Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord nel periodo 1989-1992], che si dimesse dopo il pandemonio causato quando apparse sulla televisione irlandese e fù persuaso a cantare una canzone, poche ore dopo lo scoppio di una bomba. Al contrario, Frattini ha accusato di irresponsabilità la sinistra, che ebbe l’ardire di criticare il suo comportamento.
L’intricata rete di connessione tra telegiornali/voyerismo e politica non è finita lì però, semplicemente ha cambiato canale. L’ultima settimana di aprile, dopo che un duro e angosciante lavoro di diplomazia del governo italiano sembrava aver prodotto scarsi risultati, i rapitori recapitarono un video ad al-Arabiya, rete televisiva rivale di al-Jazeera, con immagini dei tre ostaggi superstiti e l’ultimatum che il popolo italiano in massa doveva protestare contro la partecipazione italiana alla missione irachena; la richiesta era era corredata dalla spaventosa minaccia:
“Vi diamo 5 giorni, dopo di che li uccideremo senza esitazione e senza alcun altro avvertimento”
Un’altra illustre vittima di rapimento, il politico Aldo Moro, anch’egli tenuto in prigionia durante il mese di aprile, ma dalle Brigate rosse nel 1978, si appellò direttamente ai suoi amici, a politici e persino al Papa, perchè si trattasse con i rapitori, per motivi umanitari. I suoi amici e i colleghi in politica sostennero all’unisono che era stato costretto e che la sola cosa giusta da fare era astenersi dallo scendere a patti con queste persone. Moro fù assassinato dalle Brigate Rosse, in quello che fù un evento che tormentò l’Italia, e che in questi orribili giorni è come una presenza inquietante.
Questa brutale minaccia, esercitata in TV dai rapitori, era rivolta direttamente al pubblico, by-passando i politici, motivo per cui il dilemma si è esteso all’Italia intera. Si è tenuta a Roma, la settimana scorsa, una marcia composta, per chiedere la pace, con una evidente mancanza di politici e autorità, su richiesta delle famiglie coinvolte. Le loro azioni sono state finora caratterizzate da uno sforzo silenzioso e decoroso di evitare le polemiche di natura politica che qui così spesso contraddistinguono ogni evento. E sin dall’inizio [queste famiglie] hanno espresso con enfasi la loro solidarietà nei confronti della popolazione che sta soffrendo in Iraq.
Mentre sto scrivendo, gli ostaggi non sono ancora stati rilasciati. Il primo ministro Berlusconi ha chiesto che i media mantengano il silenzio sui tentativi e gli sviluppi inerenti alla crisi degli ostaggi, un black-out dei mezzi di comunicazione che è in generale rispettato da tutti. Peccato che non ci abbia pensato il ministro Frattini il 14 aprile.
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