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Di Tom Brace
Tradotto da: Three Monkeys Online
Quando si voglia discutere del ruolo delle donne nelle opere teatrali di Seán O’Casey, è significativo fare riferimento all’influenza che le donne ebbero sulla sua giovinezza. Il padre morì quando O’Casey era un bambino e lui fu cresciuto dalla madre e ricevette un’istruzione, in casa, da sua sorella, che era una maestra di scuola. Nelle sue autobiografie, O’Casey fornisce un ritratto alquanto severo di sua sorella, ma uno molto affettuoso di sua madre. Visse con quest’ultima fino alla morte di lei, quando O’Casey aveva trentanove anni, e dedicò quella che è senza dubbio la sua opera migliore, L’Aratro e le Stelle, alla “gaia risata di mia madre sull’orlo della tomba”. In seguito alla morte prematura di suo marito, la signora Cassidy (Seán O’Casey è la versione gaelicizzata di Johnny Cassidy) aveva lottato duramente per tenere insieme la sua famiglia e per prendersi cura del suo figliolo, debole di vista e malaticcio. Di conseguenza, sua madre si rivelerà avere una forte influenza su O’Casey, fino alla di lui mezza età.
Sebbene si svolga durante la guerra civile irlandese del 1922-23, Juno e il Pavone fu scritta e rappresentata prima di L’Aratro e le Stelle, che si svolge invece durante i moti del 1916. Juno, la mitologica moglie di Jupiter e madre degli dei (il cui simbolo era il pavone) viene qui trasposta nel personaggio di una casalinga dublinese. Il marito di Juno, Jack Boyle (beffardamente soprannominato il ‘Capitano’ a causa dei suoi vanti di aver in un’occasione attraversato il mare irlandese su di una carboniera che faceva spola tra Dublino e Liverpool) è un pavone impettito [N.d.T.: pavone in inglese si dice Peacock, ma nel titolo originale dell’opera questo è reso in dialetto dublinese, Paycock], un perdigiorno ampolloso, uno sfaticato di cui si occupa costantemente il suo ‘amicone’ Joxer Daly. Non ci sono grandi dimostrazioni di affetto fra Boyle e la moglie; lei lo rimprovera continuamente per la sua abitudine al bere e il rifiuto di lavorare. Nelle indicazioni di scena dell’opera, O’Casey descrive Juno come “dotata di un’aria di monotonia indolente e ansietà tormentata, che si fonde con un’espressione di meccanica resistenza”. Lei ha quarantaquattro anni, Boyle sessanta, ed è anche notevole che abbiano solo due figli, una famiglia eccezionalmente piccola tra la classe operaia cattolica e dublinese di quel tempo. La dimensione della famiglia è chiaramente intesa come un tacito rimprovero al ruolo di Boyle come marito e genitore.
I due figli dei Boyle, Johnny e Mary, appaiono ben diversi di carattere. Johnny è invalido a causa della perdita di un braccio e di altre ferite ricevute durante la guerra civile e passa il suo tempo a ciondolarsi nella casa popolare che costituisce l’abitazione dei Boyle. A Mary vengono attributi “un linguaggio e delle maniere entrambi sviliti dal suo ambiente e ingentiliti dalla sua conoscenza – se pur minima – della letteratura”.
Mary viene anche dipinta come abbastanza vanitosa, sempre a guardarsi allo specchio e preoccuparsi per il colore dei suoi nastri per capelli. Entrambe le donne della famiglia Boyle hanno anche in comune, oltre che al loro sesso, un altro aspetto: sono le uniche lavoratrici della casa, sebbene Mary sia in sciopero. Entrambi i maschi sono disoccupati; Johnny è invalido e Jack, il ‘Capitano’ Boyle, il pavone, è chiaramente inabile al lavoro. Quindi il peso di tenere insieme la famiglia, sia fisicamente che moralmente, ricade primariamente su Juno. La sua caratteristica più evidente è il suo realismo; è lei a rimproverare Mary per essere in sciopero, affermando che “quando i datori di lavoro ne sacrificano una, i sindacati fanno ancora meglio e ne sacrificano un centinaio”. Quando Johnny asserisce che tornerebbe a cambattere a dispetto della mancanza del braccio, perché “un principio è un principio”, Juno liquida la sua sparata con una risposta fulminante: “Ah, tu hai perso il tuo miglior principio quando hai perso il braccio, figlio mio; quelli sono l’unica sorta di principi utili ad un lavoratore”.
Juno è in ansia per sua figlia , perché sfugga al tipo di destino che lei stessa sta sopportando. E’ espansiva con il fidanzato della figlia, Charlie Bentham, il “mickey dazzler” (dublinese per un imbroglione sicuro di sé), che Mary si è presa in sostituzione del suo precedente innamorato, Jerry Devine. Lungi dal facilitare l’affrancarsi di Mary dalla classe operaia, Bentham danneggia le prospettive della famiglia, dapprima gestendo malissimo il testamento di un parente dei Boyle, poi abbandonando Mary dopo averla messa incinta.
Ci sono altre due donne nell’opera, entrambe vicine di casa nel quartiere popolare, la signora Madigan e la signora Tancred. Masie Madigan è principalmente una figura comica che contribuisce poco alla trama. Fornisce però a Jack Boyle l’opportunità di dimostrare il suo lato cavalleresco, ed egli tratta Masie con maggior cordialità di quanta non riservi a sua moglie. La signora Tancred è la madre di un [combattente] irregolare repubblicano ucciso dall’esercito dello Stato Libero (un ex camerata di Johnny Boyle, che questi ha tradito). La tragica supplica della signora Tancred, “O Vergine benedetta, dov’eri quando il mio adorato figliolo veniva crivellato di colpi?”, sarà ripetuta a sua volta da Juno quando Johnny finisce ucciso dagli irregolari, per vendetta per la morte di Tancred. La signora Tancred è ritratta come una donna invecchiata prima del tempo e sconfitta dalla morte del suo unico figlio; la sua supplica è un disperato rimprovero alla Vergine, ella si arrende alla disperazione e precorre la propria morte. Quando è il suo turno di echeggiare le parole della signora Tancred, Juno non è sconfitta dalla tragedia. Si autobiasima per essersi aspettata che Mary l’accompagnasse a vedere il cadavere di Johnny; “Mi sono scordata, Mary, mi sono scordata; la tua povera vecchia madre egoista stava pensando solo a se stessa”. La reazione di Mary alla tragedia è quella di rifiutare Dio, ma Juno confuta questo dicendo: “Ah, cosa può fare Dio contro la stupidità umana?!”
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